“Mi stavo allenando e quando sono tornato a casa ho trovato una marea di messaggi sul telefono. Allora ho capito che il decreto di archiviazione era stato depositato… Avrò bisogno di alcuni giorni per metabolizzare, aspettavo questo momento da quattro anni e mezzo. Mia moglie (Kathrin Freund, ndr) mi ha fatto una bellissima torta al cioccolato con i cinque cerchi olimpici sopra. È stato come la nascita di un figlio”. Sono le parole di Alex Schwazer al Corriere della Sera e a Repubblica dopo il decreto di archiviazione del Tribunale di Bolzano con cui il gip Walter Pelino ha stabilito che nel 2016 il marciatore altoatesino non ha fatto uso di doping. E ha anche sottolineato i comportamenti di Wada e Iaaf, confermando alcuni dei sospetti che vanno verso la tesi del complotto ordito allo scopo “di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta, come pure del suo allenatore Sandro Donati“.

“Questo decreto di archiviazione è più importante anche della medaglia d’oro vinta all’Olimpiade di Pechino, nel 2008. Questa è una vittoria di gran lunga più faticosa. Molto più faticosa”, spiega il marciatore. Che racconta: “Mi è accaduta una cosa troppo grande e troppo grave, non potevo accettare di pagare per una cosa che non ho fatto. Sono stato sbattuto sui giornali come un mostro. Devi lottare per i tuoi diritti, devi lottare sempre”. Per questo, continua Schwazer, “in tanti parlano e mi parlano delle Olimpiadi, però la cosa importante è che il giudice abbia riconosciuto la mia innocenza. Se poi potrò andare a Tokyo, bene. Se non capita, vivo lo stesso”.

Il sogno di tornare ai Giochi a 36 anni però è nella testa dell’atleta azzurro: “Attualmente non posso andarci, la mia squalifica di otto anni resta. Dovrò decidere come muovermi con la giustizia sportiva. Siamo già a marzo, i tempi stringono. Devo anche qualificarmi. Però mi sono tenuto in discreta forma“. Schwazer spiega di essere al 40% della forma, ma confessa: “Tokyo? Se non ho infortuni ce la posso fare. Ovviamente dovrò vedere anche come reagirà il mio fisico a doppie sedute di allenamento. Ma senza intoppi, posso qualificarmi ed eventualmente fare una bella prestazione in gara”. Però il pensiero principale torna all’ingiustizia subita. “Chi ha tramato contro di me? Un giorno darò una risposta precisa“.

Intanto oggi anche l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) ha commentato l’ordinanza di archiviazione e il suo contenuto. La Wada “è sconvolta dalle molteplici accuse sconsiderate e infondate formulate dal giudice contro l’organizzazione e altre parti in questo caso”, spiega in un nota. “Nel corso del procedimento, la Wada ha fornito prove schiaccianti che sono state confermate da esperti indipendenti, che il giudice ha respinto a favore di teorie infondate. La Wada era parte civile in questi procedimenti e aveva il compito di assistere il tribunale nel raggiungere la sua decisione. L’Agenzia sostiene tutte le prove fornite e respinge le diffamatorie critiche nella decisione nei termini più forti. Una volta che il giudizio completo è stato analizzato, Wada valuterà tutte le opzioni disponibili, comprese le azioni legali che può avviare”, conclude la nota.

Il gip ha ritenuto “accertato con alto grado di credibilità” che i campioni di urina nel 2016 furono alterati. E nell’ordinanza si legge che Wada e Iaaf “hanno operato in maniera totalmente autoreferenziale non tollerando controlli dall’esterno fino al punto di produrre dichiarazioni false”. Il giudice Walter Pelino in un altro passaggio ricorda anche alla giustizia italiano non è stato consentito di “esaminare il contenitore”, per via della “strenua opposizione di Wada e Iaaf, che come detto e documentato hanno cercato di impedire persino la consegna del contenuto del campione B, non esitando neppure a servirsi di dichiarazioni false sulla quantità di urina ivi presente fornendo poi ulteriore dichiarazione, anch’essa ideologicamente falsa, per spiegare il presunto errore“. Non solo, Perlino ricorda anche i “gravi e convergenti elementi indiziari” che sostengono la tesi della manipolazione delle provette.

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