Bisogna lavorare ancora molto sul Piano nazionale per la ripresa e la resilienza perché possa dare i risultati auspicati in termini di crescita del Pil e di rilancio complessivo del Paese. E’ quanto emerso dalle audizioni alla Commissione Bilancio del Senato di Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio e Bankitalia che in particolare ha sottolineato la necessità di fare le riforme a partire da quella del lavoro. Via Nazionale ha sottolineato che “le maggiori risorse rese disponibili a condizioni vantaggiose andranno comunque restituite” per cui “se non saranno impiegate in maniera produttiva, i problemi non saranno alleviati ma accresciuti dal maggiore indebitamento”. Inoltre l’attuazione del Piano “va collocata nella prospettiva di una strategia di progressiva riduzione del peso del debito pubblico sul Pil”.

Punto, questo, affrontato anche dal presidente della Corte dei Conti Guido Carlino: “Sarebbe sbagliato ritenere che la mancanza di un vincolo esterno (europeo) all’espansione del debito pubblico debba spingerci ad accrescerlo oltre i limiti fin qui prefigurati dai documenti programmatici. Rientrare dal 160 per cento del Pil, od oltre, come oggi è giustificato prevedere, sarà compito arduo“.

In generale, i rappresentanti delle tre istituzioni hanno rimarcato ancora una volta l’assenza nel Piano approvato in cdm prima della crisi di governo di dettagli sui singoli investimenti e sui tempi di realizzazione. “Come indicato nella bozza del Piano, sono ancora necessarie sostanziali integrazioni in vista della stesura finale del testo da sottoporre alle autorità europee”, ha sottolineato Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia. “Questi elementi includono, per ciascun intervento, il cronoprogramma, la specificazione degli obiettivi intermedi e finali, la stima totale dei costi e la quota da finanziare con prestiti. Si preannuncia inoltre la presentazione al Parlamento del necessario modello di struttura di governo del Piano, in cui dovranno essere individuati gli organi responsabili della sua realizzazione e le modalità di coordinamento dei Ministeri e degli altri livelli di governo coinvolti”. Per riuscire a spendere in modo efficiente “serve una netta discontinuità con il passato e una struttura di governo degli interventi adeguata alla complessità del sistema”.

L’Upb ha segnalato anche “la frammentazione eccessiva” delle iniziative che “rischia di diluire le potenzialità del Piano di incidere in modo strutturale sulla realtà del Paese con una dispersione di risorse che potrebbe non consentire di realizzare gli obiettivi di policy dichiarati”. Sarebbe utile secondo l’Upb “rinunciare a qualche intervento per concentrare le risorse su un numero minore di priorità ed avere un impatto visibile”. Inoltre non sembra esserci adeguata attenzione “a nuovi strumenti per contrastare efficacemente infiltrazioni criminali, frodi ed episodi corruttivi nella gestione dei progetti finanziati dal Piano”. Una necessità che viene sottolineata ”tenuto conto dell’esigenza di accelerare le procedure di appalto ed esecuzione delle opere, anche in deroga alle ordinarie procedure, comprese quelle destinate a limitare pratiche illecite”. In particolare, come richiesto dalla bozza di regolamento, secondo l’Upb “è necessario introdurre un sistema di raccolta, organizzazione e analisi di categorie standardizzate di dati e informazioni al fine di prevenire, rilevare e correggere irregolarità gravi, come anche rafforzare la capacità di recupero delle risorse indebitamente erogate da parte delle Autorità di gestione dei fondi europei”

Secondo l’Upb a fine piano, nel 2026, l’utilizzo delle risorse del Next generation Eu potrebbe innalzare il Pil italiano di 2,5 punti, mezzo punto in meno di quanto previsto da Piano presentato dal Governo. Bankitalia indica invece una crescita di 2 punti al 2024. Nell’insieme, le risorse complessive dedicate alle missioni del PNRR nel periodo 2021-26 – calcola l’Upb – ammontano a 311,9 miliardi, 87 dei quali da Fondi non Next generation Eu. Dei 209 miliardi di Next generation Ue 81,9 miliardi sono sovvenzioni, 87,5 prestiti sostitutivi e 40,1 prestiti aggiuntivi.

La Corte dei Conti ha invece acceso un faro sul debito sostenendo che sarà “arduo” rientrare dal 160% del Pil e ha affermato la necessità di un “lavoro intenso” sul piano per poter rispettare la scadenza ultima del 30 aprile. In particolare ha sostenuto la necessità di concentrare le risorse sugli investimenti segnalando che quella per la spesa corrente potrebbe “debordare” dal 30% previsto dal documento presentato. La chiave saranno le riforme a partire da un rafforzamento delle politiche attive del lavoro ancora deficitarie e l’istruzione in un Paese che ha tra i più bassi tassi di istruzione terziaria in Europa e i tassi più alti di dispersione scolastica.

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