Come siamo finiti a ignorare le centinaia di persone accampate sotto la neve e senza cibo al confine italo-sloveno? Come le promesse dell’Europa hanno via via perso di significato? Come il rispetto dei diritti umani è finito in coda alle liste di priorità? Per trovare un filo in 30 anni di gestione del fenomeno migratorio in Italia e non solo, basta mettere in fila i fatti. Senza dimenticare la copertura mediatica, gli sbalzi dell’opinione pubblica e le caotiche politiche bipartisan. L’operazione preziosa l’ha fatta Goffredo Buccini, inviato speciale ed editorialista del Corriere della sera, nel libro “Italiani e no” (edizioni Solferino). Il risultato? Un caos di proclami, tentativi raffazzonati di governare fenomeni inarrestabili e, uno degli aspetti più allarmanti, l’incapacità di pensare sul lungo periodo. Oltre le paure insomma, i politici in Italia non sono riusciti ad andare lasciandosi travolgere da emotività e sondaggi come montagne russe. “Senza mai una visione lunga”, scrive Buccini, “senza mai la presa d’atto d’una responsabilità che ci toccava”. E proprio “la responsabilità disattesa dell’Occidente sviluppato” è all’origine di tutti i mali.

L’analisi ripercorre gli ultimi 30 anni e arriva fino ai giorni nostri con le ong criminalizzate e le navi respinte alle porte dell’Europa. E in quell’indifferenza non c’è solo disumanità, ma anche tutta l’incapacità di una classe dirigente che preferisce non occuparsi del problema sperando che sia sulle spalle di chi verrà dopo. Ma, dice Buccini, tutti presi com’eravamo dalle grida sui giornali, ci si è dimenticati che il “nodo è prima di tutto economico” e quindi politico. E per questo gli occhi dovrebbero essere puntati sull’Africa, la cui popolazione entro il 2050 sarà “la più giovane e numerosa del mondo”. Ed è all’Africa, secondo Buccini, che un’Europa capace dovrebbe pensare. Perché tra “l’idea messianica del migrante portatore di valori da assumere acriticamente” e “quella millenaristica del migrante flagello della nostra comunità”, esiste un approccio laico ancorato ai fatti che non nega la realtà, ma cerca le soluzioni.

Per trovare “il migrante zero“, come lo definisce Buccini, bisogna tornare al 1989 quando Jerry Masslo, un anno e mezzo dopo il suo arrivo in Italia da Lagos, viene ucciso da un gruppo di ragazzi nella baracca di Villa Litterno. In provincia di Caserta Masslo è andato per fare il bracciante e il giorno dopo il suo assassino, scrive Buccini, “l’Italia scopre con sdegno che un profugo fuggito dal regime razzista del Sudafrica è stato assassinato nelle nostre campagne con un agguato in stile Ku-Klux Klan”. E, “il ragazzo che nessuno voleva riconoscere, diventa figlio di tutti e ottiene esequie solenni che trasudano (anche) mala coscienza”. Masslo infatti non era mai stato riconosciuto come rifugiato perché in Italia ancora vigeva la cosiddetta riserva geografica: lo status era consentito a chi proveniva dall’Europa e quindi, all’epoca, a chi scappava dal comunismo dei Paesi dell’est. Insomma la legislazione italiana non era all’altezza del fenomeno e, proprio per colmare il ritardo, arriverà la legge Martelli con il sistema dei permessi di soggiorno e le espulsioni.

Da lì in poi le cose vanno in fretta, ma in Italia ce ne accorgiamo tardi. Nel 1985 la firma dell’accordo di Schengen e la convenzione di Dublino “non scaldano nessuno”, eppure è lì che vengono stabilite le norme che avrebbero definito tutte le politiche migratorie fino ai giorni nostri. L’Italia intanto si trova ad affrontare il primo fenomeno di immigrazione di massa: l’arrivo degli albanesi. All’inizio, è il 1990, l’Italia fa un atto inimmaginabile oggi: manda “navi della speranza” e va a prendere chi si era rifugiato nelle ambasciate italiane sperando di lasciare il regime comunista. Ma il fenomeno cresce e, in tre mesi, il popolo da salvare si trasforma nell’incubo”. Così quando l’8 agosto 1991 a Bari arriva la nave Vlora con 50mila persone che chiedono aiuto, succede un pasticcio generale: la politica cerca di resiste, ma le scene di disperazione delle persone a bordo riempiono i tg fino a che le persone a bordo vengono fatte scendere.

Sono diapositive di un pezzo di storia dell’immigrazione in Italia, anni decisivi per le politiche migratorie che ci trasciniamo tuttora. Non a caso, poco dopo arriva il patto Berlusconi-Bossi siglato in nome del contrasto all’immigrazione e quindi la legge Bossi-Fini: un l’intervento nato per ridurre la durata dei permessi di soggiorno, ma che di fatto, impallando gli uffici, porta alla più grande sanatoria dei nostri tempi (600mila regolarizzati). Sono gli anni delle Torri gemelle e, dice Buccini, “tempi in cui carte e schieramenti si confondono“. Ma è solo l’inizio. Nel 2009 il pacchetto sicurezza introduce il reato di immigrazione clandestina e, tra le altre cose, obbliga i medici a denunciare gli irregolari. E’ in questo clima, è il 2010, che Berlusconi viene immortalato mentre fa il baciamano a Gheddafi durante il vertice della Lega araba a Sirte. Seguirà un altro evento che ha fatto la storia: le tende di Gheddafi accampate a villa Pamphili a Roma, evento che precede il via libera alla costruzione dei centri di detenzione lager in Libia. Così, dice Buccini, “si apre la strada alla strategia del buttafuori“. Quella stessa “che Angela Merkel userà poi con la Turchia”. Ovvero: “Assoldare un brutale dittatore per trattenere i profughi fuori dai nostri confini”.

Le immagini scorrono una dopo l’altra e sono foto che abbiamo impresse nella memoria, ma che troppo spesso abbiamo dimenticato o semplicemente lasciato che scorressero via: ad esempio le proteste dei braccianti di Castelvolturno nel 2008, o gli scontri di Rosarno nel 2010. Poi arrivano le primavere arabe e, siamo nel 2011, la crisi travolge Lampedusa. “Non si tratta di attribuire colpe politiche, perché si coglie purtroppo una continuità tenace”, è l’analisi di Buccini, “la riluttanza ad affrontare davvero il problema”. Nessuno fa niente neanche dopo il tragico naufragio del 3 ottobre 2013, quando muoiono 500 migranti e viene trovato il cadavere di una mamma con il bambino appena nato e ancora attaccato al cordone ombelicale. Non ci riesce nemmeno quell’immagine disumana a scuotere politica e opinione pubblica. Ma, dice bene Buccini, “i numeri sono anestetizzanti e generici“. E a nulla serve ricordare che nel Canale di Sicilia, in 10 anni sono morti tra i 10 e i 20mila migranti. E l’unica esperienza che servirebbe davvero ai sovranisti, suggerisce l’autore, è un viaggio con la squadra “sit down”: la squadra della Guardia costiera che, nell’ambito dell’operazione Mare nostrum, gestiva i salvataggi e come prima preoccupazione aveva quella di non far alzare in piedi chi chiedeva aiuto per evitare che la nave si ribaltasse. “Sit down”, gridavano sperando di essere ascoltati e che non fosse troppo tardi.

In questa fila di fatti e cronache, la politica non ci fa una bella figura. C’è il governo Renzi che, in cambio della flessibilità sui conti da parte dell’Europa, accetta che gli sbarchi dei migranti avvengano in Italia. Non fa meglio il governo Gentiloni che boicotta la legge sullo Ius soli. Senza dimenticare la strategia del ministro Pd Marco Minniti e quell’illusione grottesca di finanziare una “guardia costiera” libica che di fatto non è mai esistita. Seguono anni sempre più complessi (per non dire drammatici): le campagne di Matteo Salvini contro le ong che salvano vite nel Mediterraneo e Luigi Di Maio che lo insegue arrivando a definirle “taxi del mare”. E, secondo Buccini, per l’ex ministro dell’Interno della Lega, ora sotto processo a Catania per lo sbarco negato per 20 giorni della Open Arms, “l’unica condanna è quella politica per aver usato i migranti come conigli su un palcoscenico”. Di tutti i dati, uno vale la pena citare: durante il governo Lega-M5s le rimesse degli stranieri verso i loro Paesi d’origine sono aumentate del +17 per cento, prova lampante di una scarsa fiducia per il Paese d’accoglienza. Un anno e mezzo dopo l’Italia ha già un nuovo governo (e già di nuovo in crisi) e affronta una pandemia che ha naturalmente cambiato le priorità di intervento. Ma anche se non si parla più di migranti, o se ne parla meno, il fenomeno è stato tutt’altro che affrontato. E prima o poi la classe dirigente, dice Buccini, dovrà decidersi. Perché “tra far finta di nulla e pagare buttafuori, dev’esserci una soluzione”.

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