Il tempo per le trattative, le telefonate roventi e i calcoli con il pallottoliere è praticamente scaduto: tra poche ore il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlerà a Montecitorio dopo la rottura con Matteo Renzi, ritenuta ormai insanabile dallo stesso premier, dai 5 stelle e da una parte del Pd. Nonostante Nicola Zingaretti abbia fatto un ultimo appello alle “forze democratiche, liberali e europeiste” di unirsi “per salvare il paese”, i numeri soprattutto al Senato sembrano garantire, almeno per ora, una maggioranza relativa che basta per tenere in piedi il governo ma non a risolvere i problemi. I pontieri giallorossi sono stati impegnati fino all’ultimo nel cercare la pattuglia di “costruttori” che possa dare stabilità all’esecutivo. “Noi facciamo un appello alla luce del sole”, ha detto il leader del Pd, “e abbiamo il dovere, non il diritto, di rivolgerci al Parlamento per chiedere la fiducia“. I toni decisi del suo discorso in Direzione dem sono però più sfumati quando va in onda su Canale 5: “Porta aperta a Renzi? Lui ha compiuto un errore e la porta è aperta alle persone che vogliono dare speranza al Paese e votano la fiducia al governo“.

La doppia strategia di Renzi – L’opzione che i renziani possano fare retromarcia, però, al momento sembra la più improbabile: “I nostri 18 senatori non alimentano polemiche con il governo. Ad un governo che dice queste cose, la fiducia non gliela votiamo. Abbiamo dato disponibilità a votare il dl ristori e lo scostamento”, non altro, ha detto il leader di Iv a Mezz’ora in più su Rai3. Poi però si è autodefinito “un patriota” e ha smentito di aver problemi con Conte, rinnegando le accuse sul “vulnus democratico” lanciate in diretta streaming solo quattro giorni fa. La sua tattica è duplice: da un lato flirtare con un pezzo dei dem, dall’altro giocare sulla paura dei numeri. Già in un’intervista al Corriere ha tentato di rompere il fronte dei democratici: se qualcuno, dice, “nel Pd preferisce Mastella alla Bellanova o Di Battista a Rosato ce lo farà sapere. Noi vogliamo che si formi un governo di coalizione con un ruolo fondamentale per il Pd e per i suoi esponenti”. Il Pd sa, secondo Renzi, “che senza Italia viva non ci sono i numeri. Forse non sarà più amore, ma almeno è matematica“. Il mantra di Italia Viva è quello di spostare l’asticella a quota 161 per la maggioranza – quando in realtà per la fiducia basta che i Sì superino i No – e ripetere che Conte non ce la farà: “I numeri non ci sono. Prima ne prendono atto, prima possiamo iniziare a costruire il futuro”, ribadisce anche Maria Elena Boschi.

Più anime nel Pd – Parole che alimentano le speranze di quella quota di parlamentari Pd che sembrano remare contro il loro stesso governo. Dentro il partito, infatti, ci sono tante anime, a partire dal capogruppo al Senato ed ex renziano Andrea Marcucci. Ma Zingaretti ha tentato di sgombrare il campo dall’ipotesi di tornare a dialogare con i renziani: “Una cosa è rilanciare, rinnovare, cambiare, aprirsi e mettersi in discussione, altra cosa è distruggere, avere un approccio liquidatorio. Se non si rispettano le opinioni degli altri, avendo la presunzione di tenere in considerazione solo le proprie, allora viene meno la fiducia e la possibilità di lavorare insieme“. Significative anche le parole del suo braccio destro e principale pontiere di queste ore, Goffredo Bettini. A suo parere, lo spazio di un confronto concreto e sereno con Italia Viva “era grande” ma Matteo Renzi “ha voluto staccare la spina, spingendo l’Italia in una crisi al buio“. “Non solo per il suo carattere, ma per un disegno politico di rottura dell’alleanza tra Leu, 5 Stelle e Pd”.

Il pallottoliere – Il problema per il governo Conte restano i numeri: nonostante l’ottimismo iniziale, al momento il gruppo di “costruttori” che dovrebbe fare riferimento alla neoformazione Maie-Italia23 e centristi non ha attratto abbastanza parlamentari per garantire stabilità a un eventuale Conte ter. Sabato l’Udc, i cui senatori si sono più volte mostrati disponibili alla collaborazione, si è sfilata chiudendo a ogni dialogo. Azione e +Europa hanno aperto dopo l’appello di Zingaretti, ma per loro resta una condizione: “Siamo pronti a discutere di questo, ma certo non della prosecuzione di un esecutivo guidato da Conte, arrivato al capolinea“. Il Psi di Riccardo Nencini, invece, che a Palazzo Madama con il suo simbolo ha permesso ai renziani di costituire un gruppo autonomo, dopo il suo sì alla maggioranza dei giorni scorsi si mantiene sul filo dell’ambiguità. “Formare una maggioranza organica dentro un quadro politico certo, senza immaginare soluzioni di fortuna”, è la linea dettata dalla segreteria del suo partito. Ma il match, al netto delle sorprese che potrebbero avvenire in Aula, non è ancora chiuso. Per Palazzo Chigi al momento l’obiettivo è quello di avere un voto in più e spostare più avanti la costruzione di una maggioranza solida. Dopo un vertice di oltre un’ora tra i capigruppo di Pd, M5s e Leu, il premier, e il ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, la parola d’ordine resta la stessa: “Massimo riserbo“.

A fine giornata, il vicesegretario dem Andrea Orlando ostenta sicurezza: “Lavoriamo perché il tentativo di fare cadere il governo sia sventato. Siamo convinti che ce la faremo“, scrive su Facebook. La speranza è che sulla strada dei responsabili alla fine possa incamminarsi anche qualche parlamentare di Italia viva. Il ministro Francesco Boccia, intervistato a Che tempo che fa su Rai3, è stato chiaro: “Sono stati eletti con il Pd, spero vogliano rispettare la volontà di quell’elettorato. Faccio appello a tutti gli eletti del Pd di votare con il Pd“, dice, senza però sbilanciarsi sull’esito del voto di fiducia. “La maggioranza ci sarà, se è relativa o meno lo diranno i numeri“. Ma se alla Camera Iv mostra crepe – dopo Vito De Filippo anche Michela Rostan annuncia che voterà la fiducia – a Palazzo Madama il gruppo di Matteo Renzi al momento tiene. A compattarlo c’è anche la decisione di non votare contro la fiducia in Aula, ma schierarsi per l’astensione.

L’obiettivo della crisi (e un possibile esito) – Per ottenere che cosa? Quello che sembra l’obiettivo finale del leader di Iv emerge tra le righe durante la sua intervista a Non è l’arena su La7. “Sarebbe un bene per il Paese se, invece di andare a caccia di responsabili, tutti insieme facessimo un progetto di riforme, tutti, da Conte a Salvini, da Berlusconi a Di Maio. Non un governo, ma le regole del gioco si scrivono insieme”, dice a Giletti. Certo è che per poter lavorare serve un esecutivo in carica. Quale? “Il premier ha detto di no al ritorno di Italia viva in maggioranza, ma noi non avevamo nessun veto su Conte”, ripete Renzi come un mantra, negando che la sua preda sia proprio il premier. Eppure è certo che in Parlamento un’altra maggioranza “si possa trovare“. E così Ettore Rosato torna all’attacco: “Il problema non è Renzi ma il metodo del presidente del Consiglio. Non è vero che i problemi non ci sono e che siamo i migliori del mondo”.

Perché ancora tanta acredine? Bettini al Corriere spiega che, come sempre, c’è di mezzo solo la tattica politica: “I 5 Stelle sono confluiti nel campo europeista. È questo che dà fastidio a tanti. Dà fastidio l’alleanza tra Leu, Pd e 5 Stelle. Dà fastidio Conte, che di questa alleanza è il raccordo. Dà fastidio la sua libertà da poteri vecchi e nuovi. Dà fastidio un ruolo più forte del Vecchio Continente”. Ora più che mai per il premier è necessario che Pd, 5 stelle e Liberi e uguali si compattino intorno al suo nome. I pentastellati hanno anche tracciato la linea del “no” al governo tecnico, il sogno di Renzi, escludendo ogni alternativa all’attuale capo dell’esecutivo. È ancora una volta Pier Luigi Bersani, con una delle sue metafore, a chiarirne il motivo: “Anche se nessuno vuole le elezioni, puoi tirare un filo per cui viene giù il maglione. Attenzione sul tema Conte, c’è un giudizio ingeneroso e anche irrealistico. E’ meglio di come in questi mesi è stato raccontato. Lì c’è un punto di equilibrio, se si toglie ritengo che la situazione potrebbe andare fuori controllo”. Talmente fuori controllo che, senza un rinforzo della maggioranza, alla fine si possa davvero “rotolare” alle urne. L’ultima parola per fermare la valanga, adesso, spetta al Parlamento.

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