Quella che sembra essere l’ultima provocazione arriva da un’intervista alla Stampa. “Il governo? Non mi pare che abbia i numeri. Se non prende 161 voti, tocca un governo senza Conte“, sostiene Matteo Renzi. Con il Pd e il Movimento 5 stelle che hanno chiuso, almeno per il momento, a un nuovo dialogo con Italia viva (definita da Nicola Zingaretti “inaffidabile in qualsiasi scenario”), mentre Riccardo Nencini – il senatore che ha concesso a Renzi di avere il suo gruppo a Palazzo Madama – annuncia l’intenzione di voler rimanere in maggioranza, per l’ex presidente del consiglio sembra essere fallito il piano originario. E cioè ritirare le ministre e rompere con l’esecutivo, quindi cominciare una nuova trattativa dall’esterno per portare a Palazzo Chigi una persona diversa da Giuseppe Conte. Un copione da consumato giocatore di poker, quello di Renzi, che però sembra sempre più difficile da attuare. Man mano che si avvicina l’ora X di martedì prossimo, infatti, inizia ad acquisire qualche solidità l’ipotesi che il premier possa comunque raccogliere a Palazzo Madama i voti necessari a mantenere una maggioranza. Pure senza Italia viva.

“Al Senato la fiducia si prende con la maggioranza relativa” – Per questo motivo Renzi fissa in 161 la soglia necessaria per garantire – dal suo punto di vista – il successo del presidente del consiglio. È un altro all-in, solo che questa volta la mano è truccata: Renzi, infatti, sa benissimo che in Parlamento la fiducia non si ottiene con la maggioranza assoluta ma relativa. Vuol dire che per incassare il sostegno di Palazzo Madama a Conte basta semplicemente ottenere un solo voto a favore in più rispetto ai contrari. A ricordarlo è il costituzionalista Stefano Ceccanti, deputato del Pd candidato proprio da Renzi alle ultime elezioni. “Per la fiducia non servono 161 voti al Senato, i Costituenti vollero deliberatamente la maggioranza relativa, i Sì devono solo battere i No“, scrive Ceccanti in un intervento sul suo sito web. “Il Progetto originario della nostra Costituzione – ricorda il capogruppo dem in commissione Affari Costituzionali – prevedeva la maggioranza assoluta (peraltro a Camere riunite) per ottenere la fiducia. Il liberale Bozzi nella seduta della Costituente del 24 ottobre 1947 obiettò che ciò avrebbe reso illogicamente più difficile la formazione del Governo. Fu poi seguito dal socialista Stampacchia e infine da Costantino Mortati. L’Assemblea licenziò quindi il testo definitivo dell’articolo 94 non prevedendo nessun quorum rafforzato. Per ottenere la fiducia è quindi necessario solo che i Sì battano i No“. Ma non solo. Perché Ceccanti spiega inoltre che “fino alla scorsa legislatura c’era un problema di computo delle astensioni perché mentre chi si asteneva dal voto non veniva computato, viceversa chi si asteneva NEL voto (cioè votava astenuto) veniva sommato ai contrari. Ora non è più così, contano solo i Sì e i No“.

La mano truccata dei renziani – Ecco perché dopo aver alzato ancora una volta la posta in gioco con la storia dei 161 voti, Renzi gioca pure la carta dell’astensione. Lui, dice sempre al quotidiano di Torino, non voterà contro al premier ma si asterrà. È così è orientato a fare anche il suo gruppo, sia alla Camera – dove il governo dovrebbe avere la maggioranza anche senza Italia viva- che al Senato. I renziani sono convinti che senza i loro 18 voti, a Palazzo Madama la maggioranza non andrebbe oltre 150, 152 voti. Conte avrebbe dunque una maggioranza relativa ma con i renziani astenuti che sarebbero fondamentali per arrivare a quella assoluta. “A questo punto – dicono alle agenzie di stampa – ci domandiamo se Conte cercherà comunque la spallata”. In pratica un all-in sull’all-in che fa somigliare il Senato sempre più a una bisca clandestina. Un azzardo pericoloso non solo per Conte, che ha scelto di andarsi a misurare col voto d’aula, ma pure per gli sfidanti d’Italia viva.

Il pallottoliere della maggioranza – Armandosi di pallottoliere, infatti, al Senato il presidente del consiglio può considerare come Sì sicuri al suo governo i 35 voti del Partito democratico e i 92 del Movimento 5 stelle. A questi vanno sommati 8 voti su 9 componenti del gruppo Autonomie (il nono è del presidente emerito Giorgio Napolitano, che da tempo non partecipa ai lavori per motivi di salute). Si parte quindi da 135. Ai quali vanno sommati quelli del gruppo Misto, che al Senato conta in totale 29 iscritti, non tutti a favore dell’esecutivo. Per Conte voterà sicuramente la componente di Leu con sei senatori, e cioè la capogruppo Loredana De Petris, Pietro Grasso, Vasco Errani, Francesco La Forgia, e le ex grilline Paola Nugnes, Elena Fattori. Ci sono poi gli esponenti del Maie, attualmente ancora nel Misto ma che si è appena costituito come gruppo autonomo di “costruttoripro Conte: si tratta del sottosegretario Ricardo Merlo, Adriano Cario, Raffaele Fantetti, Saverio De Bonis e Maurizio Buccarella. A proposito di costruttori, vota la fiducia al governo già da qualche tempo Sandra Lonardo, cioè la moglie di Clemente Mastella. Con la maggioranza ci sono poi l’indipendente di sinistra Sandro Ruotolo e l’ex Pd Tommaso Cerno. Sono dati tra quelli che alla fine dovrebbero votare Sì – seppur tra mille distinguo – anche gli ex 5 stelle Gregorio De Falco, Lelio Ciampolillo, Tiziana Drago, Marinella Pacifico, Luigi Di Marzio e Mario Michele Giarrusso. Anche il senatore a vita Mario Monti ha detto che sceglierà come votare solo dopo aver ascoltato il premier in aula, ma ha definito incomprensibile una crisi di governo: “Sono cose che inducono sempre alla diffidenza il resto dell’Europa e del mondo quando guardano l’Italia”. Parole che iscrivono l’ex presidente del consiglio nell’elenco dei “costruttori” . Una lista della quale farebbe parte anche l’altra senatrice a vita del Misto, e cioè Liliana Segre, se dovesse partecipare alla seduta di martedì.

Astenuti, contrari, senatori a vita: le variabili – In questo modo dei 29 esponenti del Misto sarebbero 22 a votare Sì dopo l’intervento di Conte a Palazzo Madama. Il totale dei voti della maggioranza sarebbe quindi – con tutti i condizionali del caso – 157: soglia bastevole ad avere la maggioranza relativa con o senza le astensioni d’Italia viva. E forse pure quella assoluta. I 161 voti citati da Renzi, infatti, rappresentano un quorum solo se tutti i 321 senatori (315 eletti più 6 a vita) saranno in aula a votare. Detto dell’assenza di Napolitano e dei probabili Sì di Monti e Segre, Elena Cattaneo è una degli 8 del gruppo Autonomie che hanno finora sostenuto il governo Conte 2. Non si sa invece cosa decideranno di fare Renzo Piano e Carlo Rubbia, visto che molto raramente hanno partecipato ai lavori. Senza considerare che questo calcolo considera voti sicuri contro il governo almeno altri sette esponenti del gruppo Misto (Emma Bonino, i tre di Cambiamo – Massimo Berruti, Gaetano Quagliariello e Paolo Romani – l’ex dem Matteo Richetti e gli ex M5s Gianluigi Paragone e Carlo Martelli), i 19 di Fratelli d’Italia, i 63 della Lega e i 54 di Forza Italia. Il totale farebbe 143, Anche qui i condizionali sono d’obbligo visto che tra i berlusconiani da giorni sta emergendo chiaramente un’area di responsabilità. L’impressione è che alla fine gli astenuti potrebbero essere anche più dei soli esponenti di Italia viva.

Teoria e pratica: la strategia della maggioranza relativa – In via teorica, quindi, a Conte basta semplicemente avere un voto in più per conservare la fiducia. L’archivio è colmo di precedenti: di governi in carica pur senza la maggioranza assoluta è piena la Prima Repubblica. È chiaro, però, che in questa condizione l’esecutivo dovrebbe affrontare un problema squisitamente politico: dovrebbe governare con una maggioranza molto fragile e – sempre in teoria – facilmente battibile. Non è detto, però, che anche questa non sia una strategia per reagire all’azzardo dei renziani: superare lo scoglio di Palazzo Madama, guadagnando tempo per puntellare i numeri più avanti. È vero che al capo dello Stato non sono mai piaciute le maggioranze “raccogliticce“, ed è pure vero che lo stesso Conte si è detto contrario a governare con un voto “preso qua e uno preso là“. Evitare la sfiducia, però, vorrebbe dire superare la prima parte della crisi. E quindi lavorare per tentare di arrivare alla fatidica soglia dei 161 più avanti, senza l’aiuto dei renziani. Astenuti o meno.

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