“Molteplici allerte di resilienza”, è questa la scritta in rosso sul rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità che spinge la Sicilia in lockdown, l’unico elemento in cui fa peggio di altre (ma non della Calabria) e che si associa ad un’alta incidenza. Ma cosa vuol dire esattamente quella frase segnata in rosso nel rapporto? Vuol dire che nella settimana monitorata dal 4 al 10 gennaio sono aumentati i focolai, ma anche i casi con catena di trasmissione non nota, e che l’aumento dei positivi è stato progressivo. In sostanza: il contagio sale e il tracciamento diventa sempre più difficile, se non impossibile. Questi elementi, associati ad una incidenza di 392,94 casi su 100 mila abitanti (ma è solo sesta in tutto il Paese), sono tutti indicatori che in prospettiva fanno temere per la tenuta del sistema sanitario siciliano nei prossimi 30 giorni. Perché in sostanza la trasmissione in Sicilia non è più gestibile con misure locali.

Questo nonostante l’indice Rt di 1.19 sia sotto la soglia di allerta di 1.25 (ma sopra la minima di 1.14), e nonostante le soglie di occupazione dei posti letto ordinari e di terapia intensiva siano sotto la percentuale di allarme, rispettivamente del 40 e del 30 per cento. Ma la capacità di tenuta del sistema è a rischio e questo ha convinto il ministro della Salute Roberto Speranza a mettere la Sicilia in zona rossa, assieme a Lombardia e alla Provincia autonoma di Bolzano. Una decisione presa anche su sollecitazione dello stesso presidente della Regione, Nello Musumeci, che giovedì ha invocato la zona rossa per tutta l’isola, rivolgendosi direttamente al governo centrale. “È il fallimento del commissario Covid Nello Musumeci che con alcune recenti dichiarazioni ha provato ad anticipare la scelta del governo nazionale, nel goffo tentativo di ‘mettere le mani avanti per non cadere all’indietro’. Musumeci ha portato la Sicilia al lockdown: si dimetta da commissario Covid”, incalzano dalle file dell’opposizione il capogruppo Pd all’Ars Giuseppe Lupo e i componenti della commissione Sanità Antonello Cracolici e Giuseppe Arancio.

La richiesta di zona rossa da parte di Musumeci era già stata avanzata ad inizio gennaio, ma i parametri dell’Iss che si basano sul monitoraggio delle settimane precedenti posizionavano la Sicilia in zona gialla. Per questo il governo centrale non aveva potuto far altro che spostarla in arancione, fascia scattata immediatamente dopo le festività. Ma da allora i numeri si sono fatti sempre più pesanti tanto da spingere Musumeci a una seconda richiesta, stavolta al veleno: “La irresponsabilità di una minoranza non può costringerci a stare chiusi per mesi e mesi quando invece il resto d’Italia riaprirà”, sottolinea il presidente siciliano chiedendo di nuovo, giovedì 14, l’istituzione della zona rossa. Lo stesso presidente che quando il governo decise di piazzare la Sicilia in zona arancione lo scorso novembre definì la decisione del governo “assurda”. Due mesi dopo, invoca a gran voce quella rossa. Una richiesta contestata dai Cinquestelle siciliani: “Zona rossa? Sì, ma solo per i Comuni ad altissimo rischio, Musumeci non scarichi le sue responsabilità su Roma e preveda la massima restrizione solo per i centri dove l’avanzata del virus è fuori controllo. Non ha senso mettere in ginocchio le già agonizzanti attività commerciali in maniera generalizzata ovunque nell’Isola”.

Ma i dati dell’Iss convincono Roberto Speranza a tingere di rosso la regione. L’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità riguarda la settimana dal 4 al 10 gennaio e in questo lasso di tempo l’indice di trasmissibilità del contagio, ovvero l’Rt, non ha superato la soglia fissata a 1,25, restando di poco al disotto con un Rt di 1,19 ma sopra il limite minimo di 1,14. Al di sotto della zona di allarme anche le soglie di occupazione dei posti di terapia intensiva e ordinari Covid: l’isola ha ancora una disponibilità che non fa temere per il peggio, se non fosse per la gestione della trasmissione. Allora perché la zona rossa? La Sicilia ha uno delle più alte percentuali d’incidenza d’Italia. Vale a dire che il numero di contagiati ogni 100mila abitanti è oltre la soglia di allarme. D’altronde nel periodo preso in esame i numeri sono saliti vertiginosamente, con quasi 5mila contagiati in più: il 4 gennaio la Sicilia contava 36.578 contagiati, con 1.391 contagi giornalieri su 7.597 tamponi, erano 186 i malati in terapia intensiva, 1.367 i ricoverati in posti Covid ordinari. Il 10 gennaio, invece, erano 41.506 i contagiati, con un contagio giornaliero di 1.733 su 8.736 tamponi, 208 i ricoverati in terapia intensiva e 1.473 quelli in regime ordinario. E negli ultimi 5 giorni è andata ancora peggio con numeri in crescita.

Mentre sono arrivate a 10 le zone rosse all’interno dell’isola, di cui una addirittura un capoluogo di provincia, Messina. La città dello Stretto ha visto un’impennata di numeri dovuta principalmente al fatto che l’assessorato regionale ha predisposto a fine dicembre il commissariamento dell’Asp provinciale, che ha ripreso in mano il tracciamento dei contagi prima completamente saltato: “Prima eravamo in 12, adesso siamo in 200 a dividerci i compiti”, ha confermato il commissario Carmelo Crisicelli. Messina era in lockdown assieme a 9 comuni: Milena, Capizzi, San Fratello, Ramacca, Castel di Iudica, Santa Flavia, Ravanusa, Gela e Villarosa. Di questi, 7 sono entrati in lockdown dal 9 gennaio. “Molti di quelli che vengono a fare il tampone ci raccontano di cene in famiglia. È di certo lì che è avvenuto il contagio”, riferisce il commissario Covid per Palermo e provincia, Renato Costa. Ed era già Palermo ad essere sulla soglia del prossimo lockdown. Se non fosse scattata la zona rossa per tutta la Sicilia, Musumeci avrebbe comunque annunciato la zona rossa per il capoluogo, per il quale anche il sindaco Leoluca Orlando aveva chiesto la restrizione massima nei giorni scorsi. E non a caso: non sono poche infatti le strutture ospedaliere dove sono esplosi focolai, come a Villa Sofia, all’Ingrassia, al Civico.

E come al reparto di cardiologia del Policlinico: “Hanno trasferito un paziente da noi perché era risultato negativo al test rapido, il giorno dopo era positivo a quello molecolare ma a quel punto eravamo già tutti praticamente infetti tra operatori sanitari e pazienti”, a raccontare, in forma anonima, è uno dei 18 infermieri in servizio in terapia intensiva coronarica del Policlinico, risultato positivo domenica sera. Nella notte tra sabato 9 e domenica 10 gennaio, racconta, viene trasferito un paziente dal reparto di cardiochirurgia del Policlinico di Palermo. È lì che è scoppiato un focolaio e i pazienti vanno trasferiti. Uno di loro con patologie ad una aorta viene portato all’unità Coronarica, dove ci sono otto ricoverati, 18 infermieri, più specializzandi e medici. Già domenica i tamponi registrano i primi positivi ai quali se ne susseguono altri: “Io avevo il turno dalle 7 alle 14 – racconta ancora l’infermiere – è stata una mattinata sconvolgente, ho infilato i pazienti morti dentro i sacchi perché vanno isolati, ho finito il turno e ho fatto il tampone, la sera mi hanno comunicato che ero positivo, con me anche altri colleghi. Siamo risultati positivi in 15 su 18 infermieri, sette specializzandi, un medico e tutti i pazienti”.

“Probabilmente – sostiene – noi stessi, nonostante avessimo tuta, mascherina, visiera, guanti, abbiamo fatto da vettori ai pazienti, curando prima uno, poi l’altro. L’aria che girava nella terapia intensiva ha trasformato tutto il reparto in una camera a gas, probabilmente anche i filtri dell’aria non funzionano più bene. Quattro degli otto pazienti nel frattempo sono morti, mentre altri quattro sono stati trasferiti al reparto Covid”. Si ferma, prende fiato. E continua: “Io e i miei colleghi risultati positivi siamo completamente abbandonati, nessuno che ci monitora. Una collega ieri si è aggravata ed è stata trasferita all’ospedale di Caltanissetta”. La tutela del personale infermieristico, accusa, è “completamente assente nessuno ci ha seguito nessuno ci ha dato assistenza, viviamo un incubo”. Ma il racconto non convince il commissario Costa: “Non si possono fare ricoveri senza la conferma di un tampone molecolare. E non si possono fare neanche trasferimenti interni tra un reparto e l’altro senza l’esito del molecolare, quindi non ritengo possibile che sia stata questa la causa: è possibile, invece, che il molecolare non sia stato affidabile”. Intanto il reparto di cardiologia, compreso quello di terapia intensiva coronarica, del Policlinico resta chiuso: “Abbiamo risolto tutti i focolai degli altri ospedali – sottolinea ancora il commissario Covid – e i reparti colpiti hanno riaperto, resta soltanto il focolaio del Policlinico, dove la situazione è comunque in via di risoluzione”.

Ha collaborato Alessia Rotolo

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