Sul più grande database di sperimentazioni cliniche al mondo, ClinicalTrials.gov, sono registrate attualmente 135 sperimentazioni in corso su 59 candidati vaccini per prevenire Covid che coinvolgono un campione di oltre 640mila volontari. Quasi due studi su dieci sono già in fase 3, cioè l’ultima, che testa un ampio numero di pazienti. Mentre quattro sono già stati approvati in alcuni Paesi: quello di Pfizer/Biontech, di produzione tedesco-americana, è stato autorizzato da Ue, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Arabia Saudita, Bahrain; Sinopharm, sviluppato dal governo cinese e approvato da Emirati Arabia, Cina e Bahrain; Sputnik V, sviluppato e convalidato in Russia; e il vaccino dell’azienda statunitense Moderna, già disponibile negli Usa e in Canada, entro i primi di gennaio dovrebbe ricevere l’ok anche dall’Agenzia europea dei medicinali. A riassumere il quadro degli studi è il Gruppo di lavoro “Trial clinici” dell’Istituto superiore di sanità. Da cui emerge anche che la Cina detiene il primato delle sperimentazioni sui vaccini contro Sars-Cov2 (in tutto 42). Seguita da Stati Uniti (21) e Gran Bretagna (12).

Nessuno dei vaccini cinesi ha già concluso la fase 3. Di nessuno quindi si può ufficialmente provare che è efficace. La Repubblica popolare sta spingendo in particolare su due antidoti: quello della società statale Sinopharm, che stando ai risultati preliminari appena resi noti avrebbe un’efficacia del 79,34 per cento, e quello dell’azienda privata Sinovac, entrambi basati su virus inattivato. “La preparazione di un virus intero inattivato, ovvero ancora intatto ma morto, è una tecnica tradizionale, piuttosto complessa, che richiede molto tempo. Ma questo non significa che il vaccino non possa funzionare bene – spiega Andrea Cossarizza, professore di Patologia generale e Immunologia all’università di Modena -, perché contenendo molti più antigeni con molta probabilità attiva nell’organismo umano una risposta immunitaria più forte, che mette in moto più cellule e meccanismi diversi per attaccare il virus ed eventuali cellule che producono il virus”. La produzione è comunque piuttosto laboriosa. “Richiede la coltura in vitro di un gran numero di cellule, ad esempio umane o di scimmia, che devono essere infettate con il virus di interesse e devono poi produrlo in grandi quantità. Fatto ciò, il virus va isolato dalle colture cellulari, purificato e quindi ucciso – chiarisce l’immunologo Cossarizza -. Il virus ora inattivato e non infettante va poi di nuovo purificato per rimuovere i residui di coltura cellulare, mescolato con una sostanza a base di alluminio che abbia capacità adiuvanti, ovvero che aiuti la risposta immunitaria, e preparato per l’utilizzo clinico”.

I sieri anti-coronavirus della Pfizer/Biontech e di Moderna si basano sulla tecnologia più rapida e innovativa a Rna messaggero. Mentre quello di Astrazeneca utilizza un vettore virale di scimpanzè inattivato. “I vaccini a Rna sono tutti preparati partendo dalla sequenza di interesse dell’Rna virale della proteina spike, che in questo caso è una sequenza non replicante, cioè che non contiene l’informazione per la sua replicazione autonoma nella cellula ospite – continua Cossarizza -. In laboratorio l’Rna viene retrotrascritto in Dna, che viene poi amplificato miliardi di volte, quindi dallo stampo di Dna si ottiene l’Rna che contiene l’informazione di partenza, stavolta presente in milioni di miliardi di copie. A questo punto l’Rna con l’informazione per produrre la proteina del virus deve essere portato nell’ospite, e ci sono almeno una dozzina di metodi per veicolarlo. Qui differiscono appunto i vaccini che usano nanoparticelle lipidiche, come Pfizer, e quelli che utilizzano un adenovirus non replicante, come Astrazeneca”. I tempi di produzione dei due tipi di vaccini, cinesi e occidentali, sono diversi “in quanto le tecnologie basate sulla amplificazione genica – conclude il professore – hanno un’efficenza altissima e conoscendo la sequenza genica di interesse, permettono di produrre quantità stratosferiche di molecole di Rna utilizzabili per un vaccino in poche settimane”. Cossarizza, insieme al suo gruppo di ricerca, ha intenzione di sviluppare uno studio che per primo metta a confronto le risposte immunitarie di chi ha ricevuto vaccini diversi, per capire davvero quale sarà il più valido. Che piaccia o no alle industrie farmaceutiche.

Sul secondo vaccino cinese, il Coronavac, che sta mettendo a punto la Sinovac, si hanno pochissime informazioni. Le uniche disponibili sono contenute in un articolo uscito il 17 novembre sulla rivista Lancet Infectious diseases con i risultati della fase 1 (testata su 144 volontari arruolati) e della fase 2 (600 volontari). Nonostante i vaccini targati Sinovac e Sinopharm non abbiano ancora concluso l’iter di sperimentazione (che serve per dimostrarne sicurezza ed efficacia) sono già stati inoculati a centinaia di migliaia di cittadini cinesi a partire da luglio all’interno di un programma di utilizzo di emergenza (per categorie a rischio, come i medici, ma nei fatti sarebbe stato esteso a tanta altra gente). Come è stato possibile? “Quando la decisione non è tecnica ma politica, qualsiasi cosa può avvenire. Come è successo in Russia, i primi di agosto, quando Putin ha annunciato la registrazione dello Sputnik V prima che fosse completata la terza e ultima fase dei test clinici” risponde Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”.

Sul vaccino Oxford/Astrazeneca, che all’inizio sembrava il più promettente di tutti ma oggi la sua eccessiva variabilità di efficacia (del 62 per cento nel campione che ha ricevuto due dosi piene e del 90 per cento nel campione che ha ricevuto prima mezza dose e poi una dose piena) ne sta tardando l’approvazione da parte della Fda, l’agenzia regolatoria americana dei farmaci, e dell’Ema, l’agenzia europea, che hanno richiesto ulteriori informazioni scientifiche su qualità, sicurezza ed efficacia, Abrignani è categorico: “Serviranno almeno altri tre mesi di sperimentazione per integrare la fase 3. Il 90 per cento dell’efficacia è stato dimostrato su un campione troppo piccolo, di appena 2700 volontari, quindi non statisticamente significativo. Servirebbe testare almeno 10mila soggetti. Pfizer ne ha arruolati oltre 43mila soggetti, di cui la metà trattati con placebo, raggiungendo un’efficacia del 95 per cento”.

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