Se non accadrà qualcosa di nuovo nelle prossime 72 ore, Patrick Zaki trascorrerà il secondo 7 gennaio – il Natale dei cristiani copti – lontano dalla famiglia: il primo perché era felicemente nella sua Bologna, mentre frequentava il primo anno del Master in Studi di genere dell’Università “Alma Mater”, il secondo perché sarà sì nel suo paese di origine, ma chiuso in una fetida cella di una prigione.

Il 7 gennaio saranno anche trascorsi 11 mesi dal giorno in cui Patrick venne fermato al Cairo, appena atterrato dall’Italia per trascorrere qualche giorno con parenti e amici egiziani. Il giorno dopo, dopo ore di sparizione forzata, sarebbe stato formalmente arrestato.

Da allora, come è noto, è iniziato un calvario fatto di continui rinnovi della detenzione preventiva: una prassi arbitraria e illegale (per quanto attuata ai danni di tantissimi prigionieri di coscienza), dato che non vi è alcun pericolo di fuga e non vi è alcun rischio di inquinamento delle “prove”.

Già, le “prove”: una decina di post pubblicati su Facebook, che secondo l’accusa concretizzerebbero le accuse di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo. Post che, peraltro, sarebbero stati pubblicati su un profilo fake, neanche quello di Patrick.

Dalla cella dove si trova, Patrick consegna alla sua avvocata e ai suoi familiari messaggi strazianti, a volte di speranza ma spesso di angoscia, rimpianto e nostalgia.

L’angoscia che la detenzione senza processo possa durare ancora a lungo, arrivare fino al periodo massimo previsto dalla legge di due anni e magari ricominciarlo da zero con altre nuove accuse fittizie. Il rimpianto per il secondo anno del Master iniziato senza di lui, per le lezioni perse, gli esami saltati. La nostalgia per gli amici bolognesi, per la città che ormai sente sua.

Intorno a Patrick e per Patrick da quasi un anno si è sviluppata una mobilitazione enorme: per non farlo sentire solo e per far sì che una chiave apra finalmente la porta della sua cella.

Quella chiave l’hanno in mano le autorità egiziane. Ma, in parte, anche quelle italiane. Tre settimane fa il ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio ha dichiarato che avrebbe fatto il possibile per riportare presto Patrick dalla sua famiglia. Aspettiamo, fiduciosi.

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