Il team difensivo di Patrick George Zaki passa al contrattacco, dopo che il tribunale del riesame di Mansoura ha respinto la loro richiesta di scarcerazione, e denuncia ufficialmente le torture da parte della sicurezza egiziana nei confronti dello studente dell’università di Bologna. E proprio per stabilire la verità sull’arresto, chiedono l’acquisizione dei filmati di sicurezza dell’aeroporto del Cairo nella giornata del 7 febbraio scorso, quando lo studente è stato fermato dagli uomini di Abdel Fattah al-Sisi. Una mossa che ha permesso loro di entrare in possesso delle accuse ufficiali, messe nero su bianco sul verbale di fermo, mosse nei confronti dello studente e che Ilfattoquotidiano.it può pubblicare in esclusiva.

Tentativo di rovesciare il regime”, “uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza”. Inoltre, nelle due pagine si trova anche la smentita del Cairo alle accuse di tortura avanzate da più parti e la richiesta ai media di non diffondere informazioni in contrasto con quelle ufficiali.

Il documento, contrassegnato con il numero dell’indagine (7245) e firmato dal nuovo Procuratore Generale Hamada el-Sawy (lo stesso che ha varato il nuovo team investigativo egiziano su Giulio Regeni), è stato consegnato questa mattina ai legali del giovane studente e rappresenta la prima versione ufficiale dell’accusa trasmessa all’esterno. Due pagine scritte in un arabo burocratico e barocco, tanto che persino gli avvocati hanno faticato a decifrarle, che confermano alcune delle contestazioni mosse dalla famiglia sull’indagine avviata dalla Procura lo scorso settembre, a partire dalla presunta falsa ispezione nella casa di famiglia di Mansoura.

Nel documento si legge che, in quel mese, alcuni agenti dell’Amn el Dawla (i servizi segreti che fanno capo al Ministero degli Interni) hanno compiuto una perquisizione nella casa di famiglia e, in quell’occasione, avrebbero incontrato la madre del giovane ricercatore. Un fatto contestato dagli avvocati visto che la famiglia vive da 8 anni al Cairo e solo ora che Patrick è in carcere è tornata nella cittadina sul Delta del Nilo.

Inoltre il verbale, che è stato diffuso con l’obiettivo di negare che Patrick abbia subito torture, oggetto dell’accusa dei suoi avvocati, ricorre in realtà a un gioco dialettico: vi si legge che “il giovane nega di aver riportato segni di tortura”. Non si tiene però conto della possibilità che le torture non abbiano lasciato segni, come sostiene la difesa e conferma la famiglia . Il giovane ha raccontato loro di essere stato torturato con scosse elettriche, picchiato e bendato durante gli interrogatori incentrati sul suo impegno come attivista, ma di non avere addosso i segni delle presunte violenze.

Nel breve dattiloscritto la Procura conferma anche l’esistenza di 10 pagine di post che sarebbero stati pubblicati su Facebook dal giovane ricercatore come prova per l’accusa di “incitamento alle manifestazioni” e “danneggiamento della sicurezza nazionale”: post che però la difesa non ha ancora potuto esaminare e che, anzi, ipotizza siano stati fabbricati ad hoc per sostenere il faldone del caso contro il ricercatore. Nei giorni scorsi, la difesa ha puntualizzato che il profilo social citato dalla Procura non è quello del giovane studente, ma un fake: quello usato dal ragazzo è Patrick Zaki, mentre le autorità riferiscono di un account a nome di Patrick George Zaki.

Dalle ultime righe del verbale sembra emergere con chiarezza anche il clima di pressione al quale le autorità egiziane sono state sottoposte negli ultimi giorni e il fastidio derivante dal trapelare di informazioni non ufficiali. Scrive infatti la Procura Generale: “Si raccomanda a tutti i mass media internazionali e nazionali di essere puntuali nel riportare le notizie e si rileva che tutte le informazioni scorrette arrivano da chi non conosce il contesto. Si conferma che la Procura Generale è integerrima e persegue la verità e la giustizia in modo obiettivo”.

In Egitto la legge ha di recente ampliato la definizione di terrorismo, dando a polizia e procura vasti poteri di arresto e detenzione delle persone, anche per mesi o anni e senza che emergano prove concrete per l’incriminazione. Il Paese ha vietato tutte le proteste non autorizzate nel 2013, pochi mesi dopo che l’attuale presidente Abdel Fattah al-Sisi, allora ministro alla Difesa, ha guidato l’azione dell’esercito per rimuovere il primo presidente eletto, Mohammed Morsi.

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