Nel weekend del 9 e 10 gennaio tutta Italia in zona arancione, con bar e ristoranti chiusi anche a pranzo se non per l’asporto. Dal 7 gennaio e fino al 15, data di scadenza del dpcm del 3 dicembre, spostamento tra le regioni solo per ragioni di necessità come avviene già ora. In più, la possibilità di una proroga fino al 15 del divieto di ospitare a casa più di due parenti o amici, minori di 14 anni esclusi. Sono alcune delle ipotesi emerse nel vertice tra il premier Giuseppe Conte, i capidelegazione di maggioranza, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia, il titolare della Salute Roberto Speranza, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, il coordinatore del Cts Agostino Miozzo, il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro e il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli. Le misure rafforzate introdotte per le feste di Natale e Capodanno scadono il prossimo 6 gennaio e, visto che negli ultimi giorni il rapporto tra positivi al coronavirus e casi testati è cresciuto in maniera costante, l’esecutivo sta valutando se e come estendere le restrizioni anche dal 7 gennaio in poi. Le misure dovrebbero entrare in un‘ordinanza di Speranza valida dal 7 al 15 gennaio.

Le due ipotesi in campo sono quella di mantenere in vigore le misure vigenti fino al 15 gennaio, data di scadenza dell’ultimo Dpcm, oppure di tornare in zona gialla per il 7 e 8 gennaio, per poi passare alle misure della fascia arancione il weekend del 9 e 10 e, successivamente, sulla base del monitoraggio, assegnare le fasce per la settimana seguente. Il governo ragiona in parallelo anche su una stretta che prevede di abbassare le ‘quote’ previste per entrare in zona rossa o arancione. In particolare la soglia Rt necessaria per far scattare la fascia arancione verrebbe rivista a 1, invece dell’attuale 1,25, e quella limite per entrare in zona rossa passerebbe a 1,25 invece dell’attuale 1,50. Sarà il Cts a dare il via libera ai nuovi parametri.

Le preoccupazioni degli esperti – I numeri, secondo gli esperti, parlano chiaro. “Non si può ancora parlare di ritorno alla vita normale. Viviamo in una pandemia, il virus circola diffusamente nel nostro Paese e i servizi sanitari sono sotto stress”, è l’allarme che lancia il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro dalle colonne del Corriere della Sera. “L’epidemia non è finita, è ancora in una fase molto pericolosa”. E i contagi di ieri, sabato 3 gennaio, lo confermano: 11.831 casi ma con soli 67mila tamponi e un tasso di crescita che sale al 17%.

A preoccupare medici e scienziati è soprattutto l’andamento dell’Rt. “Sta di nuovo risalendo e il numero dei positivi rimane elevato – spiega ancora Brusaferro – Vediamo inoltre che lo stesso avviene negli altri Paesi europei dove le curve sono in crescita e questo mal comune deve metterci in guardia. Non possiamo illuderci di starne fuori. Dunque la situazione generale richiede grande attenzione”. Il motivo? Secondo gli esperti potrebbe essere trovato negli “allentamenti” avvenuti prima di Natale, e cioè nei giorni dello shopping quando in tutta Italia le vie dei negozi si sono riempite, spesso facendo venir meno la fondamentale regola del distanziamento. “Dal 20 dicembre tutti i parametri sono in crescita – sottolinea il professor Enrico Bucci, biologo alla Temple University di Philadelphia dalle pagine di Repubblica – Ma quello che mi impressiona è il rapporto tra nuovi casi e le persone che fanno il tampone per la prima volta: è del 38,5%. Oltre una persona su 3 tra quelle sottoposte a tampone per la prima volta è positiva. Mentre il 23 novembre era al 31,8%”.

Il timore degli scienziati è che la curva possa velocemente ripartire, andando quindi incontro a una terza ondata, o, se preferiamo, a una coda lunga della seconda. “Bisogna evitare che la curva riparta e questo si può fare adottando con rigore e sistematicamente le misure di prevenzione che ormai gli italiani conoscono: mascherina, distanziamento, igiene delle mani, no assoluto agli assembramenti”, ammonisce Brusaferro, intervistato dal quotidiano di Via Solferino. Appello al quale si aggiunge quello di Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute: “L’epidemia sta ripartendo e se si adottasse una politica di riapertura indiscriminata sarebbe come spalancare le porte al virus mettendo in difficoltà il servizio sanitario nazionale tra fine gennaio e inizio febbraio”. Certo il vaccino dà speranza, ma, sottolineano gli esperti, è ancora presto. “Il ragionamento ‘vabbè, ora c’è il vaccino e allora posso riprendere a fare come prima’ non è corretto – specifica Brusaferro – Al contrario, pensarla così finisce per favorire la circolazione del virus”. Impossibile, quindi, almeno per ora, “fare a meno di misure di mitigazione”.

Le ipotesi in campo – Anche per questo le idee per una ripartenza post feste sono ancora tutte sul tavolo. Tra le possibilità quella di procedere con una nuova “zona gialla rafforzata“, sul modello natalizio, con la chiusura quindi delle attività nei festivi e prefestivi e limiti agli spostamenti, da mettere in campo subito, almeno per un mese, con un nuovo dpcm, e cioè fino ai primi di febbraio. Oppure l’ipotesi di prolungare le attuali misure (quelle delle Feste) fino al 15 gennaio, per poi valutare allora i numeri e le misure, evitando così il “libera tutti” nella settimana tra il 6 gennaio e la naturale scadenza del dpcm. Possibile, inoltre, una modifica del meccanismo per decretare zone rosse o arancioni, abbassando quindi la soglia dell’Rt, come ipotizza il quotidiano Repubblica. Oggi, infatti, Rt è fissato a 1,25 per il passaggio in zona arancione e a 1,5 per la zona rossa, mentre un’idea potrebbe essere quella di abbassare la soglia di 0,25: in questo modo, secondo gli ultimi dati del monitoraggio, tre Regioni diventerebbero arancioni, Calabria Liguria e Veneto, altre tre sarebbero in bilico, Basilicata, Lombardia e Puglia.

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