Il Califfato è durato cinque lunghi anni durante i quali ha seminato il terrore tra Siria e Iraq. Oggi quell’incubo fatto di violenza, torture e barbare uccisioni non c’è più, ma la sua eredità viene già tramandata e rappresenta la prossima sfida nella lotta al terrorismo internazionale. Un ruolo fondamentale nella conservazione e nella diffusione dell’ideologia delle Bandiere Nere lo svolgono le donne del Califfato: custodi dei dettami imposti dallo Stato Islamico, genitrici ed educatrici di nuove braccia votate al jihad.

È proprio sul ruolo della donna, negli anni del Califfato ma anche dopo la sua caduta, che si concentra Daes. Viaggio nella banalità del male di Sara Montinaro (Meltemi Editore, 2020, 164 pagine, 14 euro). Un libro che, a quasi due anni dalla scomparsa dell’entità territoriale sognata da tutti i grandi gruppi terroristici islamisti del mondo ma resa possibile solo sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, vuol guardare al futuro del terrorismo internazionale, del jihad globale, per capire come si evolverà e in che modo continuerà a rappresentare una delle principali minacce alla sicurezza mondiale. E lo fa focalizzandosi proprio sul ruolo delle madri di Isis: mentre migliaia di terroristi sono caduti sotto i bombardamenti della coalizione internazionale, dell’alleanza di Damasco e l’avanzata delle Syrian Democratic Forces, sono proprio le donne a rappresentare l’humus dal quale far nascere una nuova generazione di miliziani. Loro che dal 2014 al 2019 non si sono limitate ad essere mogli, madri ed educatrici, ma che hanno svolto un ruolo attivo, anche militare, nell’organizzazione dello Stato Islamico, oggi conservano ancora la speranza di un nuovo Califfato mentre a migliaia sono rinchiuse nei campi per le cosiddette ‘famiglie del jihad’ sparsi tra Siria e Iraq.

Montinaro nel suo libro descrive proprio l’importanza del loro ruolo e la minaccia che possono rappresentare per la sicurezza del Medio Oriente e del resto del mondo. Dopo una minuziosa descrizione dell’organizzazione interna di Daesh, resa comprensibile anche per un pubblico ampio e impreziosita dalle interviste ad ex combattenti e abitanti del Califfato, nel suo saggio, realizzato dopo un lavoro svolto sul campo tra la primavera e l’estate del 2020, l’attivista per i diritti umani analizza le cause non solo religiose, ma anche economiche, politiche e sociali che hanno portato alla rapida ascesa di quella che è presto diventata la più temibile formazione terroristica a livello globale. Una minaccia che è ancora reale e che aspetta di veder nascere nuovi germogli dai semi dell’odio sparsi dallo Stato Islamico. Una minaccia che i Paesi di tutto il mondo non possono permettersi di sottovalutare e che ha nelle ‘spose di Daesh’ uno dei veicoli di diffusione più pericolosi ed efficienti.

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