La vicenda del chirurgo di Torino, il cui padre ha assoldato un aggressore per spezzargli le dita in quanto gay, porta ad una serie di riflessioni sulla narrazione che si è fatta in Italia – negli ultimi tempi – circa la visibilità della comunità arcobaleno. E non solo: ci aiuta a inquadrare meglio la problematica della “famiglia”: nella sua definizione e nella sua ridefinizione. Ancora, ci aiuta a capire il perché dell’urgenza della legge Zan, appena approvata alla Camera. Questioni queste che oltre ad avere rilevanza sociale, hanno una profonda valenza politica. Ma andiamo per ordine.

I fatti, innanzitutto: a Torino un uomo ha assoldato un picchiatore per aggredire il figlio. La colpa di quest’ultimo non è tanto di essere gay, quanto di essere un omosessuale dichiarato che vive la sua condizione alla luce del sole. Fino a quando il ragazzo si era limitato a fare coming out in famiglia, ci dicono i giornali che hanno riportato la vicenda, la cosa sembrava essere stata accettata dal genitore. Quando però la vicenda è divenuta pubblica – il medico ha una relazione con un attore famoso e la loro storia è finita su una rivista di gossip – sono cominciati i problemi. Liti, violenze in famiglia, fino all’aggressione.

Dicevo: vivere la propria omosessualità alla luce del sole, questa la colpa. Qui la mente torna subito a frasi tipiche che si depositano sulla vita delle persone Lgbt+ come guano sulle nostre strade di città: “Non ho nulla contro i gay, purché non ostentino”, “che bisogno c’è di dirlo?”, “ho tanti amici gay che vivono la loro condizione in riservatezza” e amenità similari che si azionano in automatico nella mente di chi è, più o meno consapevolmente, omofobo. Di chi sente la necessità di negare spazi d’esistenza a chi percepisce come “diverso”, fuori norma.

Forse questo primo nucleo di criticità dovrebbe indurre a riflettere su quella che si configura come evidenza: spesso ciò che viene definita come “ostentazione” altro non è che la pretesa, poi tradita, che non si trasgredisca la legge dell’invisibilità. Ti accetto – sembra essere l’architettura concettuale di certo pensiero omofobo “tollerante” – purché non ti veda. E così siam bravi tutti. Insomma, bisognerebbe cominciare a far pace con l’idea che chi vive serenamente la propria identità si limita ad essere. Appunto.

La pretesa all’invisibilità delle persone Lgbt+ giustifica, poi, il rifiuto di tutte quelle garanzie – legali, legislative e democratiche – già al centro delle rivendicazioni del movimento arcobaleno. Questioni quali il matrimonio egualitario (in Italia siamo ancora fermi alle logore unioni civili), l’omogenitorialità, la fecondazione assistita per le donne lesbiche, la questione delle identità transgender e la tutela contro i crimini d’odio (la legge Zan, per capirci) ricordano che i soggetti fuori norma esistono. E che questi soggetti rivendicano il proprio spazio d’azione.

Il pensiero omofobo, per sua definizione, non può tollerare tuttavia l’esistenza di tali spazi e di tali rivendicazioni. Ci si trincera, dunque, dietro il benaltrismo. La questione Lgbt+ è derubricata a falso problema, rispetto ad altre urgenze. Discorso tipico, quest’ultimo delle destre. Estreme e non. Nulla contro, ma è più importante fare altro: questo è il loro leit motiv.

Pazienza poi che le urgenze opposte da personaggi quali Giorgia Meloni siano la querelle sull’ora di nascita di Gesù bambino. O ancora, come abbiamo di recente appreso a Propaganda Live, di inserire Romagna mia nei programmi scolastici. Queste le priorità della destra radicale italiana. Quando invece l’odio di un uomo verso il figlio ci dimostra quali siano le reali emergenze. E l’emergenza non è (solo) quella di intervenire penalmente su violenze e soprusi, ma quella di agire nella cultura di una società in cui essere persone Lgbt+ espone ancora a processi di disumanizzazione.

E arriviamo, dunque, all’ultimo punto: la pretesa di elevare la famiglia tradizionale ad unico modello plausibile, in quanto cellula fondamentale della nostra società. L’eterosessualità non è una garanzia, è un orientamento. Non ci dice che tipo di persone siamo, ma dove si dirige il desiderio sessuale e l’aspettativa romantica. Non predispone, insomma, ad essere persone migliori e buoni genitori.

Non sappiamo se il padre del chirurgo sia un genitore disfunzionale o, più banalmente, un criminale. Sappiamo però che la violenza ha preso il via proprio dal “porto sicuro” della famiglia tradizionale, in cui il giovane medico cercava riparo. Quella famiglia, che gli ha dato la vita, ha predisposto che la sua vita professionale (e con essa la sua dignità) avesse fine. Tradendo così la sua missione e la sua stessa ragion d’essere. Sarà utile ricordarlo per il futuro.

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