La Regione Lombardia non vuole più i 25mila camici del cognato del governatore Attilio Fontana. Anche se sono gratuiti. La circostanza emerge dalla corrispondenza tra Aria, la centrale acquisti della Regione, e la Dama spa, la società di Andrea Dini e al 10% della sorella Roberta, consorte dell’inquilino del Pirellone. Il carteggio è stato depositato agli atti dalla difesa di Dini, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Iannaccone. In pratica dopo aver ottenuto la restituzione dei camici, sequestrati a luglio, il cognato di Fontana ha scritto più volte ad Aria con l’obiettivo di donare il materiale: senza successo. Il motivo? La centrale acquisti della Regione aspetta una risposta dalla procura di Milano. Ma andiamo con ordine.

La vicenda è nota: nei mesi scorsi i pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas hanno iscritto nel registro degli indagati Fontana, accusato di frode in pubbliche forniture, Dini, l’ex dg di Aria Filippo Bongiovanni, entrambi accusati anche di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, e una funzionaria della società regionale. Tutto comincia il 16 aprile, quando Aria affida a Dama una fornitura da mezzo milione di euro per circa 75.000 camici. Secondo l’accusa, quando Fontana scopre dei “rapporti negoziali” tra il cognato e Aria – che lo pongono in evidente conflitto d’interessi – “chiede” personalmente a Dini di “rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni”, per utilizzare le parole pronunciate dallo stesso governatore in consiglio regionale. Il 20 maggio l’imprenditore scrive alla Regione e trasforma i camici forniti fino a quel momento – quasi 50mila – in donazione, considerando conclusa la fornitura. Secondo la procura, però, quel contratto non è mai stato modificato – nonostante la risposta inviata da Bongiovanni a Dini e agli altri vertici di Aria sempre il 20 maggio – e per questo motivo la società del cognato di Fontana era obbligata a inviare alla Regione anche gli altri 25.588 camici.

Materiale che viene sequestrato il 28 luglio. Restituito a Dini nel primo giorno di ottobre, il 17 dello stesso mese il cognato di Fontana scrive ad Aria spiegando che la procura ha dissequestrato i camici al fine di rimettere Dama agli “obblighi derivanti dall’ordinativo di fornitura del 16/4/2020“. E quindi, “pur continuando a ritenere concluso il rapporto conseguente all’ordine di fomitura in oggetto”, Dini vuole consegnare i camici alla Regione “precisando che nessun importo sarà addebitato neppure per i costi di trasporto dei predetti camici”. L’imprenditore spiega che vuole donare quei dispositivi di protezione sia “in ragione della recente recrudescenza dello stato emergenziale e della preoccupante escalation dei contagi attualmente registrati nel territorio regionale”, ma anche perché “con tale immediata disponibilità la Società avverte l’esigenza di tutelare sin d’ora la propria immagine e la propria reputazione in relazione al travisamento ed alla strumentalizzazione dei fatti relativi all’oggetto”. Tradotto vuol dire che anche se Dini continua a considerare conclusa la fornitura/donazione di camici ai quasi 50mila del maggio scorso, intende comunque regalare alla regione la parte restante.

Questa missiva secondo il cognato di Fontana è “rimasta priva di riscontro”. Per questo motivo il 30 ottobre il patron di Paul&Shark scrive di nuovo alla Regione per chiedere se Aria intenda o meno “accettare i predetti camici” tenuto conto “che l’emergenza epidemiologica sta imperversando”. A questo punto Aria risponde. Il presidente Francesco Ferri spiega che anche se è “vero è che vi sarebbe effettiva utilità, nell’attuale situazione emergenziale, di acquisire i camici oggetto della Vostra nota”, occorre comunque “procedere alla formalizzazione dell’accettazione della donazione, e ciò richiede inevitabilmente un chiarimento circa il titolo giuridico corretto da riconoscere alla Vostra offerta”. Per questo motivo Aria “ritiene imprescindibile, a fini cautelativi, acquisire ogni utile elemento in proposito, anche compulsando, nei limiti consentiti, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano”. Insomma: la centrale acquisti della Regione, coinvolta nell’inchiesta con l’ex dg Bongiovanni, vuole evitare di fare qualsiasi movimento senza il via libera della procura. Posizione ribadita ancora il 17 novembre, per rispondere alla terza lettera di Dini che chiede di avere un seguito alla sua proposta di donazione formulata “ormai da 22 gìomi, inspiegabilmente priva di riscontro“.

“Ad oggi, la suddetta Procura della Repubblica non ha ancora dato riscontro alla richiesta, e questa è la ragione per la quale non si sono forniti aggiornamenti”, è la giustificazione della centrale acquisti regionale, che accusa Dama di essere in contraddizione perché “dapprima assume che la fornitura originaria dovesse ritenersi conclusa e poi evidenzia che il dissequestro sarebbe finalizzato anche a consentire a Dama di adempiere agli obblighi derivanti dall’ordinativo difornitura del 16/4/2020″. Una contraddizione che per Dini non esiste, visto che ha spiegato di voler donare i camici nonostante continui a non “condividere quanto affennato nel predetto decreto, e cioè che la fornitura in oggetto sarebbe stata ancora in essere”. In ogni caso, torna a scrivere l’imprenditore, la “differente prospettiva interpretativa, tra la procura della Repubblica di Milano e la società Dama è del tutto ininfluente rispetto alla presente vicenda”. Che va avanti ormai da tempo. “La prima lettera con cui Andrea Dini ha espresso la volontà di donare altri 25.000 camici ad Aria, risale a metà ottobre. È trascorso un mese e mezzo e non abbiamo ancora ricevuto una risposta chiara. A questo punto, indicheremo ad Aria un termine ultimo per accettare o meno i camici”, dice l’avvocato Iannaccone, legale dell’imprenditore. “Se questo silenzio dovesse protrarsi o se dovessero susseguirsi ulteriori risposte inconcludenti, li doneremo a chi ne ha bisogno – continua – Ho letto proprio ieri di diversi Ospedali in difficoltà, soprattutto del Sud Italia, dove i dispositivi Dpi sono merce rara. Penso che lì 25.000 camici farebbero comodo. Evidentemente, ad Aria non servono più”. Fonti della procura, da parte loro, fanno sapere che dopo il dissequestro l’indagato è “dominus” dei camici: può insomma utilizzarli come meglio crede. Intanto quei 25mila dispositivi di protezione sono ancora in magazzino.

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