Faceva molto caldo, quel 22 giugno del 1986, quando Diego Armando Maradona segnò con scaltrezza e una “manita” de Dios il gol che simbolicamente vendicò le Islas Malvinas perdidas nell’assurda guerra contro la Gran Bretagna. Lo Stadio Azteca era zeppo come un uovo. Tutti tifavano per Maradona. Tutti tifavano il fuoriclasse di Buenos Aires, per i messicani era il Robin Hood della “pelota”. Ogni volta che il pallone entrava in possesso dei giocatori britannici si scatenavano i fischi, gli inglesi erano visti come i predatori dell’arca perduta, e poi, su tutto, prevaleva la solidarietà latina.

Ricordo ancora oggi che sugli spalti opposti a quello della tribuna stampa, un lungo striscione: “gracias Argentina por tu ayudo al terremoto 1985”. Per le strade, capitava spesso di leggere scritte come questa, “orguellesemente mexicanos”, il che non impediva, quel pomeriggio di giugno, di stare idealmente in campo con Maradona perché era come se con lui stesse giocando tutta la “povera bistrattata America Latina”, così scrissi allora e così lo ripeto oggi, con la certezza che di questo Maradona ne era pienamente consapevole. Perché qualche anno dopo fu lui a confidarmelo.

Al cinema Pedro Armendariz davano un film profetico, Solo contra el mundo, l’incredibile avventura di un”nino excepcional”, ed ora un nino del futbol excepcional teneva in scacco gli spocchiosi inglesi, ogni volta che Diego toccava la palla il pubblico andava in delirio, e nel primo tempo capitò trentun volte, tante quante le giocate di Maradona. Ci dirà più tardi: “Sentivo che l’onore del calcio latino americano stava attaccato ai miei piedi”, notoriamente misura 40, diceva Gianni Brera che disertò le semifinali e le finali per tornare in Italia, che erano piedi per danzare, e irretire i marcantoni delle difese, fatto sta che il “pibe de oro” misurava un metro e 68 e pesava ben 71 chili, ma lo dovevi abbattere se era in stato di grazia, altrimenti non lo fermavi più…

Sempre rubando alla bacheca dei miei ricordi, rivedo penzolare da un palco il vessillo dell’Union Jack ed accanto, beffardo, lo stendardo dei pirati col teschio e le tibie incrociate. Risento l’ininterrotta fragorosa “porra” del Boca Juniors asserragliata dietro la porta difesa dal grande portiere Peter Shilton, tamburi scatenati, rulli che vorrebbero essere colonna sonora di una sentenza.

All’una e cinque minuti Diego Armando, ispirato da Mercurio (dio dei ladri ma anche protettore dei nati sotto il segno dello Scorpione come appunto Maradona) salta come un grillo, su “para atràsa” per accalappiare la palla che un compagno ha scagliato verso la porta inglese, salta pure Shilton ma la palla tocca prima il piccolo Diego, o meglio la sua mano stretta a pugno, la palla schizza in rete, tutti noi abbiamo visto il fallo di mano perché bene inquadrato dalle telecamere, non l’arbitro, non il guardalinee, non la verità. Anzi, quando raggiunsi la squadra argentina nello spogliatoio (armato di macchina fotografica: ho meravigliose diapositive, scattai persino una foto mentre Maradona fa pipì…), lui negò l’illegittimità del gol. E poi aggiustò politicamente il suo gesto straordinario – nel male sportivo, come nel bene del suo popolo – dicendo che il suo era un gol sacrosanto, “Mano di Dio? Ma no, mano di Maradona”.

Sorrideva gaglioffo, come certi eroi del cinema che ridicolizzano gli avversari in duelli in cui sai sempre come andrà a finire, “sapevo che per l’Argentina sarebbe stata una partita molto sentita, dunque anche molto difficile, carica di significati non soltanto sportivi e calcistici, sapevo di avere dietro di me l’Argentina e sapevo che rappresentavo l’orgoglio di tutti gli argentini, e di tutta l’America Latina”. Troppi di noi giocano ormai in Europa, aggiunse, questi Mondiali in Messico dovevano rimettere le cose a posto: “La nostra vittoria è stata la vittoria che tutto il paese si aspettava”.

Per gentilezza, mentre si consumava la conferenza stampa di Maradona, qualche addetto dell’Azteca mandò a tutto volume un tango ma lui fu onesto nel dire che non è che amasse molto la musica di Carlos Gardel, il mitico Maradona tangueiro tragicamente scomparso in un incidente aereo in un altro giugno, quello del 1935, “preferisco le canzoni di Valeria Linch, biondissima star che il New York Times definì una delle cinque migliori voci del mondo e che in realtà si chiamava Maria Cristina Lancelotti. C’era feeling tra loro, e lei gli dedicò parecchie canzoni.

Tralascio la retorica con cui quella partita ormai passata alla storia venne commentata: “Su questo campo si è combattuta una battaglia simbolica e ora, a partita finita, l’Azteca è diventata la succursale di un manicomio”, disse uno dei tanti telecronisti a nome di quell’America Latina dei vinti mentre gli inglesi si consolano perché, in fondo, “siamo stati battuti slealmente” e “Maradona è stato un mariuolo”. Non hanno digerito che dopo neanche cinque minuti dal gol “rubato”, lo stesso Maradona si fosse impadronito della pelota, e avesse fatto serpentina in mezzo al campo, saltando come birilli, uno dopo l’altro, Peter Beardsley e Peter Reid, avesse fronteggiato il ruvido Terry Butcher che cercava di agguantarlo più con le cattive che con le buone, ma quando sta per abbatterlo, Diego ha già tirato col sinistro e fatto secco il terzo Peter: Shilton non para, è il gol più bello del Mondiale, a Butcher la magra soddisfazione di aver dato un calcione, ma al piede che non ha uccellato il suo portiere. Lo stadio esulta, gli applausi durano venti, trenta secondi.

“Dite che il secondo gol è stata una meraviglia? Su, ragazzi, non esageriamo: la sola meraviglia che conosco è Raquel Welch”, e sorride come fanno i ragazzini di Lanus, il suo barrio bairense, dove i poveri vivono in case dai tetti bassi color della polvere.

Quel giorno gli hooligans fecero a botte coi tifosi di Rio de la Plata, ma gli andò male pure a pugni e calci. Sette inglesi finirono in ospedale.

Lo voglio ricordare così, Diego Armando Maradona nato il 30 ottobre del 1960, nel giorno di san Zenobio martire, “colui che vive per decisione di Giove”.

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