Le donne vittime di violenza che arrivano al Pronto soccorso “hanno lesioni di tutti i tipi: ecchimosi, abrasioni e in questo periodo vediamo anche tanti tentativi di strozzamento”. In quel momento, il ruolo del sanitario è fondamentale: “Decide se vedere il maltrattamento o voltarsi dall’altra parte”. Maria Grazia Vantadori è chirurga all’ospedale San Carlo Borromeo – ASST Santi Paolo Carlo a Milano ed esercita dal ’93. Fin dall’inizio della sua carriera ha assistito le donne vittime di violenza: “Al tempo si parlava poco di maltrattamento in ambito familiare, era un fenomeno diffusissimo, ma poco studiato e ancor meno compreso”, dice a ilfattoquotidiano.it nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. “Il fatto che ad accogliere in Pronto soccorso le donne maltrattate ci fosse una donna, ha facilitato le assistite nel parlare di ciò che vivevano tra le mura domestiche. Da lì è nato nel 2006 il Soccorso Rosa: primo sportello pubblico in ospedale in Italia”.

Il Soccorso Rosa nel 2015 è stato trasformato nel Centro di ascolto soccorso donna (Cads) che riunisce due importanti servizi: il centro ascolto donna che si occupa di maltrattamento e il centro donne immigrate. Il Casd, la cui è referente è Vantadori mentre la responsabile è la ginecologa Hassibi, è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 8 alle 15.30, ma è sempre attiva la segreteria telefonica sul cellulare 335/6589806. I due rami hanno due distinte équipe, che lavorano però in modo sinergico. Nel centro che si occupa di violenza di genere ci sono “un’infermiera, una psicologa, un’assistente sociale, due legali, civile e una penale, che aiutano queste donne in gratuito patrocinio”. L’anno scorso, insieme alla fondazione Pangea onlus, il Casd ha organizzato una mostra delle radiografie effettuate ad alcune donne arrivate nei Pronto Soccorso e che hanno dichiarato di aver subito violenze.

Dottoressa Vantadori preferisce chirurga o chirurgo?
Chirurga: la rivoluzione culturale inizia dal linguaggio.

Chi sono le donne che assistite?
Sono chiunque, non ci sono differenze di età, né di ceto sociale, né di scolarizzazione: da un’analfabeta a una laureata, da una ragazza di 18 anni a una signora di 92. È un problema trasversale. Anche la violenza sulle donne è una pandemia globale, che nasce a sua volta da una culturale patriarcale diffusa.

In che condizioni arrivano queste donne?
Con lesioni di tutti i tipi: ecchimosi, abrasioni, in questo periodo anche tanti tentativi di strozzamento: un indice bruttissimo. Durante il primo lockdown c’è stata una contrazione notevole degli accessi in Pronto soccorso e alcune donne sono state di fatto sequestrate in casa. Ma quando riescono ad arrivare al Pronto soccorso (aperto 24 ore su 24, 365 giorni l’anno) ne raccogliamo la storia, refertiamo le lesioni e valutiamo il rischio di recidiva di violenza. È un passaggio importante quello di capire se si può rinviare in sicurezza una donna al proprio domicilio, il sanitario ha infatti la possibilità di prevenire dei femminicidi. Dopo il Pronto soccorso, queste assistite vengono poi inviate al Casd per una migliore definizione del caso, per poter capire con la donna quali sono le sue volontà e per definire un percorso, direi “sartoriale”, per l’uscita dal vortice della violenza. È un lavoro difficile, estremamente delicato che deve essere fatto da professionisti formati e che lavorano in rete. Essere vittima non è una condizione perpetua, ma da sole non si riesce a uscire da un percorso che appare una condanna.

Può spiegarci meglio in cosa consiste l’intervento del sanitario?
Se una donna arriva in Pronto soccorso con un occhio nero e dichiara che subisce maltrattamenti quotidiani, io da medico posso refertare la lesione inquadrandola in un maltrattamento continuato oppure configurarla come lesione personale. Il sanitario può in sostanza decidere se voltarsi dall’altra parte, vedendo solo la violenza fisica, o trattare il caso come un maltrattamento, attivando così tutti quei meccanismi che possono portare all’allontanamento dell’assistita e dei bambini dal maltrattante o all’arresto dello stesso, in caso di flagranza di reato collaborando in sinergia con le forze dell’ordine. I sanitari, entrando in empatia con l’assistita, devono rispettare la volontà della donna, altrimenti potrebbero rischiare di sostituirsi ai maltrattanti. La consapevolezza e l’autodeterminazione sono le chiavi per l’uscita da una relazione abusante.

Esiste una raccolta dati delle segnalazioni per maltrattamenti?
La mappatura dei dati è incompleta, perché a volte è difficile ottenerli. Da anni si discute di come raccoglierli. Se la violenza non viene quantizzata e misurata, finisce per essere sminuita. Questo è un punto cruciale, perché come ha detto l’Oms sin dal 2000, la violenza di genere va anche vista come un problema sanitario, oltre che socio-culturale.

La violenza colpisce in modo sproporzionato le donne, a livello mondiale. E’ un problema culturale?
Sì, nasce dalla cultura patriarcale e maschilista. Ho visto su internet un esperimento sociologico fatto su delle bambine inglesi, che mi ha colpito. I ricercatori chiedono al gruppo di elencare degli inventori celebri. Le bambine si scatenano: Newton, Franklin, Da Vinci. Ma quando i ricercatori domandano loro delle scienziate, le bambine si guardano attonite e rispondono ‘non ce ne sono’. Messe poi di fronte all’esistenza di personaggi come Marie Curie, e tante altre, rimangono sbigottite. Ma alla domanda, successiva, posta dai ricercatori su che cosa vogliono fare da grandi, rispondono: ‘l’astronauta, la scienziata’. Tutto questo per dire che se già da bambine alle donne insegniamo a volare basso, non possiamo aspettarci che da grandi facciano un grande salto. Diciamo invece loro che possono essere tutto ciò che vogliono: saranno libere. Anche dalla violenza.

La direzione da perseguire quindi per l’eliminazione della violenza sulle donne è quella dell’educazione?
Bisogna intervenire prima possibile, nell’educazione dei più piccoli, di bambine e bambini. Le persone consapevoli sono anche persone libere di scegliere e di capire che cosa per loro è giusto o che cosa non lo è. Senza che qualcuno glielo debba narrare.

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