di Eleonora Vasques

Esattamente trent’anni fa si concludeva l’ultimo mandato del governo di Margaret Thatcher, la “lady di ferro” che governò il Regno Unito dal 1979 al 1990. Leader del partito Conservatore dal 1975, Margaret Roberts, sposata Thatcher, rimane un personaggio controverso per la storia della Gran Bretagna. Infatti, molte delle sue scelte continuano a far discutere: per fare alcuni esempi, la guerra nelle Falkland del 1982, passando per il braccio di ferro con il sindacato dei minatori a metà degli anni Ottanta, fino al suo approccio molto duro nei confronti dell’allora Comunità economica europea all’inizio degli anni Novanta. Uno dei motivi principali per cui forse il “fenomeno Thatcher” fa ancora oggi così tanto discutere può essere legato agli effetti che il “thatcherismo” ha tuttora sulla nostra società.

Miss Thatcher ha determinato dei cambiamenti economici, sociali e politici che in parte erano già in atto: come afferma lo storico Dominic Sandbrook (specializzato in storia contemporanea post-guerre mondiali), in un’intervista per la Bbc, “la Gran Bretagna era chiaramente un paese molto diverso nel 1990 rispetto al 1979. Era più aperta, ambiziosa, cosmopolita e più progressista, ma anche molto più aggressiva, individualista e diseguale”.

Molti dei suoi sostenitori le hanno dato il merito di aver rivitalizzato il settore finanziario, dando un nuovo slancio internazionale alla City (e non solo) e hanno valutato positivamente la privatizzazione di diverse attività di matrice pubblica, e l’inserimento del concetto di “concorrenza” anche all’interno di settori rimasti pubblici. Al contrario, i suoi oppositori sottolineano gli effetti collaterali delle sue politiche, quali i tagli alla spesa pubblica, l’indebolimento del welfare state, il processo di de-industrializzazione del Centro e Nord del paese, che hanno portato ad un incremento del tasso di disoccupazione della Gran Bretagna (con un picco di quasi 3 milioni di disoccupati nel 1983) e a una configurazione economica del paese fortemente diseguale. Infatti, mentre il Sud cresceva e il Regno Unito si riposizionava come attore mondiale, il Centro e il Nord del paese entravano in recessione.

Molte politiche e idee thatcheriane sono ancora vive in Gran Bretagna, ma la cosa più curiosa e paradossale che i britannici hanno ereditato da quel periodo storico è forse ciò che più sta minacciando il settore finanziario da lei rivitalizzato: l’euroscetticismo britannico. Il biografo ufficiale della Iron Lady Charles Moore spiega in un’intervista all’Economist che è difficile ipotizzare la posizione di miss Thatcher nei confronti del referendum sulla Brexit (e a mio avviso, sarebbe anche scorretto cercare di dare una risposta).

Tuttavia, Moore stesso racconta che le scelte della Thatcher in politica estera hanno certamente ispirato una nuova generazione di euroscettici. Questo non significa che il Regno Unito fosse precedentemente un paese europeista: dalla nascita della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) fino agli anni Ottanta, l’atteggiamento britannico è sempre stato interessato ma diffidente.

Miss Thatcher aveva ben presente i vantaggi economici che derivavano dal far parte del mercato unico, che non aveva intenzione di abbandonare, ma si è sempre opposta alla cessione di alcune parti di sovranità nazionale verso la Comunità. In un famoso estratto durante una seduta alla House of Commons, dove riportava i risultati del Consiglio europeo di Roma del 1990, la lady di ferro ha riferito ai suoi colleghi: “Il Presidente della Commissione, il signor Delors, ha detto, in una conferenza stampa l’altro giorno, che vorrebbe trasformare il Parlamento Europeo nel braccio democratico della Comunità, la Commissione nel suo potere esecutivo e il Consiglio dei Ministri nel suo Senato. No! No! No!“.

L’eco di quei “No” non si è mai fermata e non è rimasta inascoltata. Da allora l’euroscetticismo è cresciuto nel paese, soprattutto tra i giovani di quegli anni, diventati classe dirigente oggi. Ma prima di spiegare come questo sia stato possibile, bisogna ricordare che il dibattito sull’Europa in Gran Bretagna è stato impostato, sin dall’era Thatcher, nel seguente modo: essere favorevoli al libero scambio di merci e capitali, e ai vantaggi che esso comporta, senza però cedere ulteriore sovranità all’Europa. Questa posizione ha sempre rassicurato la City; quante volte abbiamo sentito dire, prima del referendum del 2016, che lo scenario della vittoria del Leave era quanto mai improbabile, poiché ai britannici “non conveniva uscire”? Questa sicurezza non ha tenuto conto dei voti di quelle zone del Centro e del Nord del paese de-industrializzate, impoverite e oserei dire, dimenticate: le stesse che si sono scontrate negli anni Ottanta con le politiche thatcheriane.

Di queste zone si sono ricordati alcuni partiti populisti, come l’Ukip sotto la leadership di Nigel Farage, il quale, sfruttando il sentimento dell’antipolitica, ha costruito una narrazione anti-establishment contro l’Europa; anche se solo di circa due punti percentuali, il Leave ha trionfato nel referendum sulla Brexit del 2016. Se si guarda infatti ai risultati dell’epoca, c’è una netta differenza tra i voti nella capitale (e nei dintorni) e i voti nelle midlands e nel Nord del paese (Scozia esclusa). Lo stesso Boris Johnson, nel dicembre 2019, è riuscito ad ottenere i voti delle ex “roccaforti Labour” del Nord, probabilmente proprio a causa di quel motto, Get the Brexit Done.

Certamente ci sono anche altre concause che hanno portato alla Brexit, e ci sarebbe molto altro da dire rispetto a Margaret Thatcher. Tuttavia, non si può escludere che la politica thatcheriana abbia rafforzato, soprattutto in ambito conservatore, un sentimento antieuropeista che può aver ulteriormente favorito il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue. È interessante rilevare una saldatura creatasi tra un certo antieuropeismo del partito conservatore britannico di matrice thatcheriana con l’antieuropeismo anti-establishment proprio di quelle aree che la politica della Lady di Ferro ha sacrificato per perseguire la propria politica economica. E la Brexit, che è il risultato di tale saldatura, potrebbe contribuire in maniera significativa a rendere la Gran Bretagna un attore di minore importanza nello scacchiere internazionale nei prossimi decenni.

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