È corretto associare i negazionisti del Covid-19 ai soggetti affetti da demenza? Secondo la biologa e giornalista scientifica Barbara Gavallotti, sembrerebbe di sì. Questa associazione è basata su un’apparente analogia, individuata dal neuroscienziato statunitense Earl Miller, tra i processi cognitivi che caratterizzerebbero le “fissazioni” osservabili in queste due diverse categorie di persone. Anche facendo le necessarie premesse, specificando per esempio che la demenza è una patologia, mentre il negazionismo è un comportamento (anche se, lo ammetto, da un punto di vista strettamente cognitivista questa distinzione tende a perdere di senso), temo che spingersi in questo tipo di analogie non ci faccia avanzare di un passo nella comprensione del perché il pensiero razionale e l’analisi empirica della realtà vengano, da sempre più persone, ripudiati.

Da quando Aristotele ci ha descritti come animali razionali, molti di noi si sono convinti di esserlo a dispetto delle innumerevoli evidenze contrarie, e il fatto che la scienza, proprio all’atto della sua nascita, abbia dovuto lottare strenuamente contro il pensiero aristotelico la dice lunga sulla complessità, oserei dire dialettica, della storia del pensiero umano.

Il punto è che abbiamo bisogno del metodo scientifico proprio perché, di nostro, non siamo un animale razionale. Il pensiero sistematico, razionale ed empirico è un’abitudine che, come specie, abbiamo adottato piuttosto di recente, mentre il pensiero magico ci accompagna dalla nascita stessa del linguaggio e – chissà – forse dalla nascita stessa del pensiero.

La stratificazione del pensiero magico, tramandato oralmente di generazione in generazione, ha portato alla nascita del Mito (dal greco Mŷthos, che in origine significava parola) e del pensiero mitico. Nel Mito, se ci fate caso, ogni cosa, sotto sotto, è qualcos’altro. La realtà per come si presenta non è altro che la sembianza esteriore di una qualche altra realtà allo stesso tempo superiore e inferiore, nel senso che sta, rispettivamente, oltre l’apparenza e sotto – come un supporto (da cui la parola “sostanza”, dal latino sub stans, “che sta sotto”) – l’oggetto dell’esperienza. In altre parole, nel dominio del Mito esiste un mondo dietro al mondo, e questo mondo ulteriore ci aiuta a dare un ordine e un senso alla realtà caotica che sperimentiamo vivendo.

Quando nel VI secolo a.C. i primi filosofi abbandonarono la via del Mŷthos per intraprendere quella del Lògos (buffo notare come, in greco, sempre parola voglia dire) iniziarono a cercare ordine e senso attraverso la ragione. Osservando che in natura ogni cosa ha origine da qualcos’altro, credettero di dover trovare l’origine di tutte le cose, per poter comprendere la realtà. I primi candidati furono l’acqua, il fuoco, l’aria o qualche altra entità o elemento indeterminato. Poi successe qualcosa. Iniziarono a ipotizzare che il mondo fosse solo l’apparenza, l’immagine di elementi primitivi e assoluti, non soggetti ai nostri sensi (impossibili da toccare o annusare) ma intellegibili: ovvero conoscibili solo attraverso l’intelletto. Questi elementi primitivi furono chiamati in molti modi: idee, sostanze, le cose in sé e per sé, enti. Ma, comunque la si voglia vedere, erano di nuovo un qualcosa che sta oltre e sotto gli oggetti dell’esperienza. Il pensiero razionale, ripudiando il mito, aveva finito per tornare a esso (tant’è che Platone, per esporre la sue teorie, ricorre a vari miti: Atlantide, le due metà, il carro alato, la caverna ecc.).

Soltanto duemila anni dopo, col sorgere del metodo scientifico, abbiamo avviato una progressiva emancipazione dal dominio del Mito come strumento d’elezione per la narrazione del mondo. Ma il Mito non è mai stato né dimenticato né abbandonato né realmente superato: basti pensare al ruolo che le religioni ancora rivestono nelle nostre società. Mito e pensiero magico sono sempre rimasti vivi e vegeti, non solo prosperando in alcune nicchie ecologiche ben definite, ma annidandosi pervicacemente anche nelle aree sociali e culturali apparentemente più evolute.

Lo stesso sapere scientifico (che di per sé sarebbe fluido e dinamico, consistendo la scienza in un metodo che continuamente mette in discussione le proprie acquisizioni), a causa delle semplificazioni necessarie ai processi educativi, all’estrema parcellizzazione e specializzazione utile all’avanzamento tecnologico e alla conseguente trascuratezza nei confronti dell’approccio filosofico, ha finito per calcificarsi in una cieca adorazione del dato: un atteggiamento che ha portato il filoso americano Wilfrid Sellars a parlare di un vero e proprio Mito del Dato (Myth of the Given). In altre parole, la pretesa che il dato oggettivo sia qualcosa di reale in se stesso, a prescindere dalla sua relazione con la nostra mente e i nostri processi cognitivi, non è diverso dalla indimostrabile credenza ontologica in una sostanza impalpabile, ovvero nell’idea (platonica) quale realtà ultima che sussiste, a prescindere, in sé e per sé.

Anche la scienza, come secoli prima la filosofia, dopo aver tanto lottato contro il ricorso a un mondo dietro al mondo per interpretare la realtà, è caduta infine nello stesso errore, assegnando alle proprie misurazioni un valore ontologico. Un errore che può condurre ad associare demenza e negazionismo a causa della similitudine del processo che induce a generare un giudizio falso ritenendolo vero, senza avvedersi che l’intera storia umana è costellata di assurdità ritenute – da una minoranza o, spesso, da una maggioranza – inoppugnabili a dispetto di qualsiasi possibile evidenza: religioni, leggende (metropolitane e non), superstizioni. Sulle banconote da un dollaro statunitense campeggia la scritta In God we trust e nessuno ha mai avuto niente da ridire, sebbene l’esistenza di Dio sia dimostrabile quanto quella dei Rettiliani.

Complottismo e negazionismo non sono patologie mentali ma espressioni dello status naturale del pensiero umano: quello magico e mitico. Sono il frutto della nostra primitiva predisposizione a intravedere un ordine nascosto in quel divenire di esperienze contraddittorie che chiamiamo realtà. Il tentativo – sempre più disperato – di trovare una soluzione all’imbarazzante problema di vivere nell’angusto spazio della nostra limitata individualità dovendoci, però, confrontare con l’illimitato.

E il fatto che il pensiero mitico stia tornando a essere un pensiero di massa dimostra soltanto quanto illusoria fosse la pretesa di costruire una società libera dal Mito, nel dominio di una scienza che, pur di affermarsi, non ha esitato a dotarsi a sua volta di una propria mitologia. Un’illusione che rappresenta il fallimento non del metodo scientifico, ma della speranza che potesse offrirci non solo un mezzo, ma anche un fine, esaurendo ogni nostro desiderio di conoscenza e conducendoci, coerentemente con le altre forme di materialismo, alla fine della storia del pensiero. Ma la storia, anche quella del pensiero, trova sempre un modo per andare avanti. Anche a costo di dover tornare indietro, per un po’.

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