Qualche giorno fa ascoltavo un programma radiofonico in cui veniva intervistata una collega sui temi del momento. Alla fine dell’intervista, nello spazio dedicato agli ascoltatori, interveniva una signora che aveva dovuto chiudere il suo negozio a causa del lockdown. La signora esprimeva la sua angoscia rispetto all’effettiva possibilità di proseguire le vendite online, piuttosto che chiudere definitivamente l’attività: visto che ci sono grandi come Amazon che sono molto forti in questo campo, le sembrava di avere ben poche probabilità di sopravvivere come attività.

Avrebbe voluto chiedere alla psicologa ospite come affrontare questa sua angoscia, che cosa potesse dire a se stessa per migliorare il suo stato d’animo. Il conduttore, prima della psicologa, le rispondeva che il suo problema in realtà non aveva niente di psicologico perché era un problema oggettivo, concreto, pertanto aveva bisogno di una soluzione concreta. L’unica cosa che la signora poteva fare, secondo lui, era cercare strade concrete che le dessero una prospettiva di soluzione e solo attraverso quelle avrebbe potuto trovare la serenità.

La risposta del conduttore è molto semplice, ovvia, molti risponderebbero così, in realtà è vera solo in parte. Indubbiamente un problema concreto ha bisogno di una soluzione concreta, ma allora la domanda è: se la questione è così ovvia come mai le persone non ci riescono? Perché alcune persone arrivano anche a gesti estremi di fronte a problemi analoghi? Il problema è concreto solo per chi lo vede dall’esterno, ma non per chi lo vive e ha un ricaduta forte sul piano psicologico personale ed è quella che ostacola o rallenta la strada della soluzione.

Al di la del dramma, della tragedia, che non si sceglie, quello che fa la differenza è quello che le persone fanno con le cose che accadono loro, è come le persone vivono psicologicamente la propria esperienza. Quello che fa la differenza è quello spazio di elaborazione personale che c’è tra lo stimolo (la tragedia, il dramma, il lockdown,…) e la risposta ad esso, che è in relazione al significato che ognuno gli attribuisce. E’ questo che decide se l’evento subìto diventa un macigno che affossa oppure un momento di ripartenza, se il dramma trova un senso all’interno del proprio momento di vita o rimane solo un evento esterno sfortunato.

Una tragedia non si sceglie e se non si può evitare è meglio usarla a proprio vantaggio, ma per fare questo bisogna capire quale parte più intima, psicologica, la tragedia è andate a colpire. Va detto poi che non è affatto garantito che soluzioni concrete, a una crisi economica per esempio, siano risolutive anche per l’angoscia, anzi. Come ho detto, bisogna capire quale parte di sé è entrata in crisi e a che livello di profondità. Qui la psicologia non solo aiuta, ma fa proprio la differenza.

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