Le misure introdotte sono “troppo deboli” rispetto alla “rapida impennata” della curva epidemica. Quindi gli effetti saranno “neutralizzati” dalla vertiginosa crescita dei casi. La Fondazione Gimbe avvisa sul rischio delle prossime settimane e spiega che “davanti a una curva del contagio che s’impenna ogni giorno di più e ospedali che si riempiono inesorabilmente”, come “in un déjà-vu” il governo “introduce ulteriori misure restrittive nel tentativo di frenare l’epidemia”. Insufficienti, a loro avviso: “La necessità di emanare due Dpcm in una settimana – afferma Nino Cartabellotta, il presidente di Gimbe – conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli”. “Non essere riusciti a prevenire la risalita della curva epidemica quando avevamo un grande vantaggio sul virus – aggiunge Cartabellotta – oggi impone la necessità di misure di contenimento in grado di anticipare il virus”. E tali misure “devono essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la ‘non strategia’ di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di Dpcm che, settimana dopo settimana, impongono la continua necessità di riorganizzarsi su vari fronti, spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che nessuno vuole e che non possiamo permetterci”.

Una “non strategia”, secondo la Fondazione che riguarda il “farsi guidare dai numeri del giorno” e il “mancato allineamento tra le misure” dei decreti e “quanto previsto dalla circolare del 12 ottobre del ministero della Salute”. Secondo Gimbe, è sbagliato definire l’entità delle misure di contenimento “senza considerare le dinamiche attuali” dell’epidemia. “Questo favorisce inesorabilmente l’ascesa dei contagi e vanifica gli effetti delle misure per varie ragioni”. Innanzitutto, si legge nel documento, i numeri del bollettino quotidiano “non rispecchiano affatto i casi del giorno” perché “dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni”.

Per tre motivi: “il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni”, “il tempo mediano tra inizio dei sintomi e prelievo/diagnosi è di 3 giorni”, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, “ma potrebbe allungarsi considerando i tempi di analisi di laboratorio e di refertazione”, la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile “non avviene in tempo reale: ad esempio, nella settimana 5-11 ottobre meno di un terzo dei casi è stato notificato entro 2 giorni dalla diagnosi, il 54% tra 3 e 5 giorni e il 14% dopo oltre 6 giorni”. L’affanno del sistema di testing&tracing, ricorda poi Gimbe, “aumenta la probabilità di sottostimare i casi”, perché “l’espansione del bacino di asintomatici non isolati accelera ulteriormente la diffusione del contagio”. Così, avvisa la Fondazione: “Gli effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2-3 settimane, saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica”.

Non si tratta degli unici aspetti critici: “La seconda componente è il mancato allineamento tra le misure dei due Dpcm e quanto previsto dalla circolare del 12 ottobre del Ministero della Salute. Nel documento ‘Prevenzione e risposta a COVID-19’ – spiega Gimbe – vengono delineati quattro scenari di evoluzione dell’epidemia in relazione a diversi livelli di rischio accompagnati da relative misure da attuare nei vari settori”. Per questo Cartabellotta definisce “inspiegabile” che le “misure raccomandate non siano state introdotte dal nuovo Dpcm, che ha seguito le indicazioni del Comitato tecnico scientifico, né attuate dalle Regioni, che hanno partecipato alla stesura del documento”, considerato che diverse Regioni “sono ormai nella fase di rischio alto-molto alto”. La terza componente della ‘non strategia’ è “il mancato approccio di sistema basato su responsabilità e alleanza tra politica e cittadini, oltre che sull’efficienza dei servizi sanitari”.Il contenimento della seconda ondata, conclude il presidente di Gimbe, “doveva inevitabilmente poggiare, già alla fine del lockdown, su tre pilastri integrati: massima aderenza della popolazione ai comportamenti raccomandati, potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri e collaborazione in piena sintonia tra Governo, Regioni ed Enti locali”.

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