Mentre i governi di tutto il mondo si affrettano a fare scorta di uno dei pochissimi farmaci che si pensava potesse essere d’aiuto contro le forme gravi di Covid-19, il Remdesivir, uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ora concluso che questo antivirale ha un effetto minimo o addirittura nullo sulla sopravvivenza dei malati. Il Remdesivir è stato tra i primi farmaci utilizzati per il trattamento dell’infezione causata dal nuovo coronavirus e la sua fama è aumentata ulteriormente dopo che è stato somministrato al presidente degli Stati Umiti Donald Trump, quando ancora era in ospedale. Sembrava davvero che il farmaco potesse fare la differenza. Ora l’Oms placa gli entusiasmi.

In realtà, lo studio dell’Oms che è ad interim, intitolato “Solidarity Therapeutics Trial”, ha riguardato quattro trattamenti diversi contro il Covid-19: oltre al Remdesivir, sono stati valutati anche l’Idrossiclorochina, la combinazione dei farmaci anti-Hiv Lopinavir/Ritonavir e i regimi a base di interferone. Tutti “sembrano avere un piccolo o inesistente effetto sulla mortalità a 28 giorni o sul decorso ospedaliero del Covid-19 tra i pazienti ricoverati”, conclude l’Oms. I quattro farmaci sono stati testati in 405 ospedali in 30 paesi su 11.266 adulti. In particolare 2750 soggetti sono stati trattati con il Remdesivir, mentre 4088 hanno ricevuto il placebo. Ebbene, i risultati sono stati molto deludenti. “Il test – spiega l’Oms – ha investigato gli effetti di questi trattamenti sulla mortalità complessiva, sull’inizio dell’intubazione e sulla durata del ricovero. Altri utilizzi delle terapie, ad esempio sul trattamento di pazienti nelle comunità o per la prevenzione, saranno esaminati in sperimentazioni diverse”.

Il Remdesivir, inizialmente, è stato sviluppato per il trattamento delle infezioni di Ebola e Marburg. Il farmaco agisce bloccando l’enzima RNA polimerasi, un processo fondamentale per la replicazione del virus all’interno delle nostre cellule. Si è quindi deciso di provarlo anche per trattare l’infezione Covid-19. I primi dati sull’efficacia del farmaco hanno subito fatto ben sperare: sembrava che il farmaco potesse essere davvero d’aiuto ai malati, a differenza dei farmaci anti-Hiv e degli antimalarici Clorochina e Idrossiclorochina testati proprio all’inizio della pandemia. Tant’è che lo scorso giugno l’Agenzia europea per i medicinali, Ema, ha approvato l’uso di Remdesivir. Su questo è stato determinante uno studio condotto dai National Institutes of Health statunitensi secondo cui grazie al farmaco anti-Ebola il ricovero medio dei pazienti gravi veniva ridotto da 15 a 11 giorni. Tuttavia, man mano che arrivano nuovi dati più corposi sull’antivirale l’entusiasmo continua a scemare.

Prima della diffusione dei risultati dello studio dell’Oms, un rapporto sullo stesso farmaco è stato pubblicato ieri dal New England Journal of Medicine. Stilato dallo statunitense National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il report indica che remdesivir è superiore al placebo nell’accorciare il tempo di guarigione negli adulti ricoverati con Covid-19 e con evidenza di infezione del tratto respiratorio inferiore. E che il tasso di mortalità al 29esimo giorno era dell’11,4% con remdesivir e del 15,2% con placebo. Nello stesso report si legge che il farmaco funziona meglio nei pazienti ricoverati in ospedale che necessitano di “ossigeno supplementare”. Mentre, sugli altri gruppi di pazienti, come quelli che richiedono una “ventilazione non invasiva”, “alto flusso di ossigeno” o “ventilazione meccanica invasiva”, i decessi registrati sono simili al gruppo placebo. In particolare, confrontando i risultati al 29mo giorno dall’inizio del trattamento, i dati sui decessi iniziano a essere meno entusiastici: nel gruppo a cui è stato somministrato il Remdesivir con “ventilazione non invasiva” risultano 19 decessi contro i 20 del gruppo placebo; nel gruppo con “ventilazione meccanica invasiva” i decessi registrati nel gruppo Remdesivir sono 28, contro i 29 del gruppo placebo. Lo studio dell’Oms sembra chiudere il cerchio, bocciando definitivamente il farmaco. Dal canto suo la Gilead Sciences Inc, la casa produttrice del Remdesivir, respinge le critiche. “I dati sembrano incoerenti con prove più solide provenienti da più studi randomizzati e controllati pubblicati su riviste peer-reviewed che convalidano il beneficio clinico di Remdesivir“, ha dichiarato la Gilead.

Ma ora c’è da aspettarsi che la corsa all’acquisto di Remdesivir rallenti. Negli scorsi giorni si era diffuso il tumore che le scorte del farmaco non fossero sufficienti, soprattutto per via dell’aumento dei casi registrati in Europa e negli Stati Uniti. Lo stesso Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, aveva lanciato l’allarme: “Il fabbisogno supera la disponibilità. Il rischio di carenza è forte. L’aumento della domanda rischia di portare all’esaurimento delle scorte in poche settimane”. In effetti, in Europa si è registrata una grave carenza di Remdesivir. Lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno acquistato 500mila dosi mentre l’Europa ne aveva prenotate sole 30mila. In Gran Bretagna si era arrivati a razionarlo, mentre l’Olanda aveva addirittura annunciato di aver finito le scorte. L’aumento dei contagi ha poi spinto la Commissione europea a correre ai ripari e a firmare un contratto di appalto congiunto con la casa produttrice del Remdesivir, la Gilead, per la fornitura di 500mila dosi. All’interno dell’accordo rientrano tutti i Paesi dell’Ue, i Paesi dello Spazio economico europeo, il Regni Unito e sei paesi candidati a diventare componenti dell’Unione Europea. Ancora non è chiaro se e come i risultati di quest’ultimo studio dell’Oms influenzeranno la distribuzione e la somministrazione del farmaco.

Sulla bocciatura del Remdesivir la casa farmaceutica Gilead ha diffuso una nota in cui contesta pesantemente i dati dello studio.

Articolo aggiornato da redazione web alle 10.02 del 19 ottobre 2020

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