Il presidente Usa Donadl Trump è ricoverato presso il Walter Reed National Military Medical Center di Washington, dove riceverà le cure più sicure ed avanzate attualmente a disposizione contro Covid 19. Le prossime ore saranno cruciali, il medico personale Conley ha fatto sapere che il presidente sta assumendo un cocktail di anticorpi policlonali sintetici sviluppati dalla Regeneron, zinco, vitamina D, e il Remdesivir. Per capire quali siano le motivazioni scientifiche alla base di queste scelte terapeutiche, analizziamo il mix previsto dalla terapia somministrata a The Donald. Che non prevede l’idrossiclorochina assunta dal presidente in modalità profilattica.

PERCHÉ GLI ANTICORPI MONOCLONALI “REGN-COV2”?
Gli anticorpi monoclonali sono una “copia”, riprodotta in laboratorio, degli anticorpi naturali presenti nell’organismo. Regn-Cov2 è una combinazione di due anticorpi monoclonali (Regn10933 e Regn10987) ed è stato progettato specificamente per bloccare l’infettività di Sars Cov 2. A differenza dei vaccini, che di solito impiegano alcune settimane per avere un effetto, gli anticorpi monoclonali neutralizzanti colpiscono immediatamente il flusso sanguigno. La Regeneron Pharmaceuticals ha annunciato – il 29 settembre – i primi dati di un’analisi descrittiva di uno studio di fase 1/2/3 senza interruzioni del suo cocktail di anticorpi sperimentali, “gli anticorpi Regn-Cov2 hanno ridotto rapidamente la carica virale e i sintomi associati nei pazienti infetti”, ha detto George D. Yancopoulos, presidente e direttore Scientifico di Regeneron. Dal 14 settembre Recovery (Randomized Evaluation of Covid 19 therapy), uno dei più grandi studi clinici randomizzati al mondo di potenziali trattamenti, ha iniziato il percorso di valutazione del cocktail di anticorpi antivirali sperimentali di Regeneron. La sperimentazione è coordinata dai ricercatori dell’università di Oxford, che stanno lavorando con i team clinici di 176 ospedali, in tutta la Gran Bretagna. Almeno 2.000 pazienti saranno assegnati in modo casuale a ricevere Regn_Cov2. Finora, il più grande beneficio del trattamento è stato nei pazienti che non avevano montato la propria risposta immunitaria efficace, suggerendo che 2 potrebbe fornire un sostituto terapeutico per la risposta immunitaria naturale.

PERCHÉ LO ZINCO?
I ricercatori dall’università di Sechenov hanno esaminato gli articoli scientifici sul ruolo dello zinco nella prevenzione e nel trattamento delle infezioni virali e della polmonite, in relazione al coronvirus. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista International Journal of Molecular Medicine. Nonostante la mancanza di dati clinici, alcune indicazioni suggeriscono che la modulazione dello stato di zinco può essere utile. Lo zinco è necessario per il metabolismo ed il funzionamento normali dei sistemi riproduttivi, cardiovascolari e nervosi, ma è egualmente importante per il sistema immunitario, in particolare per la proliferazione e la maturazione dei globuli bianchi (alcuni di loro possono catturare e digerire i microrganismi ed altri – per produrre gli anticorpi). Inoltre, lo zinco è compreso nel regolamento di infiammazione. Quindi, i livelli normali di zinco supportano la resistenza umana ad infiammatorio ed alle malattie infettive. Secondo il professor Anatoly Skalny, che guida il laboratorio di dietetica molecolare all’università di Sechenov “il ruolo cruciale di zinco nel regolamento di immunità, una può proporre che la sua insufficienza possa essere considerata come fattore di rischio per le malattie infettive”. Esistono alcune indicazioni indirette del potenziale effetto antivirale dello Zinco contro coronavirus, anche se la loro rilevanza biomedica non è ancora stata confermata in modo definitivo. Alla luce dei recenti dati sul decorso clinico della malattia, sembra che un adeguato livello di zinco possa avere un effetto protettivo come terapia adiuvante attraverso la riduzione dell’infiammazione polmonare, il miglioramento della clearance mucociliare, la prevenzione delle lesioni polmonari indotte, la modulazione dell’immunità antibatterica e antivirale soprattutto negli anziani.

PERCHÉ LA VITAMINA D?
Una recente pubblicazione dell’università di Cordoba, ha evidenziato gli effetti della vitamina D. In questo studio, a 50 pazienti sono state somministrate capsule morbide di 0,532 mg di calciofediolo il giorno del ricovero (in aggiunta alla cura standard prevista dalla struttura ospedaliera), poi il terzo e il settimo giorno, quindi settimanalmente fino alla dimissione o al ricovero in terapia intensiva. Quarantanove dei pazienti trattati con il calciofediolo non hanno richiesto l’unità di terapia intensiva, mentre 13 dei 26 che non hanno ricevuto tale trattamento hanno richiesto l’unità di terapia intensiva. Anche se si trattava di un randomizzato pilota, esso fornisce una evidenza che il trattamento con vitamina D può ridurre il rischio di esito negativo della malattai. Lo studio ha dimostrato, inoltre, che la somministrazione di una dose elevata di calcifediolo o 25-idrossivitamina D, un metabolita principale del sistema endocrino della vitamina D, ha ridotto significativamente la necessità di trattamento in terapia intensiva dei pazienti che necessitano di ospedalizzazione a causa del COVID-19. Il calcifediolo sembra essere in grado di ridurre la gravità della malattia, ma saranno necessari studi molti più ampi con gruppi adeguatamente abbinati per mostrare una risposta definitiva.

PERCHÉ IL REMDESIVIR?
Il 25 giugno l’Ema– l’agenzia europea del farmaco – ha autorizzato l’uso del remdesivir per il trattamento di Covid in adulti e adolescenti a partire dai 12 anni di età con polmonite che richiedono ossigeno supplementare. Remdesivir è il primo farmaco ad essere raccomandato per l’autorizzazione nell’Ue. I dati su remdesivir sono stati valutati in un lasso di tempo eccezionalmente breve attraverso una procedura di revisione continua, un approccio utilizzato dall’Ema durante le emergenze di salute pubblica per valutare i dati non appena diventano disponibili. Lo studio più importante sul farmaco è rappresentato da quello del National Institute of Allergy and Infectious Diseases che ha valutato l’efficacia di un ciclo programmato di remdesivir di 10 giorni in 1.063 pazienti ospedalizzati. Remdesivir è stato confrontato con placebo (un trattamento fittizio) e la principale misura dell’efficacia era il tempo di recupero dei pazienti (definito come non essere più ricoverati in ospedale e / o richiedere ossigeno a casa o essere ricoverati ma non richiedere ossigeno supplementare e non richiedere più cure mediche continue ). Nel complesso, lo studio ha mostrato che i pazienti trattati con remdesivir si sono ripresi dopo circa 11 giorni, rispetto ai 15 giorni dei pazienti trattati con placebo. Sul farmaco si sono alternati molti studi, tra cui quello pubblicato su Jama in cui si concludeva che “tra i pazienti con Covid 19 moderato, quelli randomizzati a un ciclo di 10 giorni di remdesivir non hanno mostrato una differenza statisticamente significativa nello stato clinico rispetto all’assistenza standard a 11 giorni dopo l’inizio del trattamento. I pazienti randomizzati a un ciclo di 5 giorni di remdesivir presentavano una differenza statisticamente significativa nello stato clinico rispetto all’assistenza standard, ma la differenza era di incerta importanza clinica”.

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