Tutti coloro che amano la natura non possono non avere apprezzato quello che sembrava almeno uno degli aspetti positivi del lockdown: il fatto che si vedessero in giro più animali, o che il verde si prendesse spazi che prima gli erano preclusi. Era la natura che avanzava a causa del ritirarsi dell’uomo (fenomeno definito dagli esperti significativamente “antropausa”, proprio ad indicare la subitanea assenza/riduzione che si è verificata a livello globale della pressione antropica). In Piemonte, dove abito, circolavano fotografie sorprendenti, come quella famigliola di anatre con i piccoli in pieno centro, oppure quel lupo su un terrazzo a piano terra in montagna, o quegli stambecchi che passeggiavano sull’asfalto.

Del resto, gli studiosi hanno effettivamente verificato che il lockdown ha comportato degli effetti favorevoli per diverse specie faunistiche; alcune specie hanno potuto fruire maggiormente degli ambienti urbani, altre delle ore diurne avendo così maggiori possibilità di acquisire cibo. Inoltre diverse specie hanno registrato un maggiore successo riproduttivo; nel caso dei rondoni, ad esempio, il numero di uova deposte è stato maggiore; nel caso del fratino, lo spazio per nidificare indisturbato aumentando così le probabilità di sopravvivenza della prole, è stato maggiore. A livello internazionale, dalle notizie raccolte, si è evidenziato anche come ci siano state maggiori nidificazioni da parte di diverse specie di tartaruga marina.

Un’altra ricerca, questa volta americana, ha accertato come a San Francisco, in ambiente urbano, siano cambiate le modalità di vocalizzazione di alcune specie di uccelli. In particolar modo rispetto agli anni precedenti negli ambienti urbani gli uccelli hanno prodotto canti di maggiore qualità a frequenze più basse che quindi hanno potuto “viaggiare” a distanze quasi doppie rispetto al normale, aumentando probabilmente la possibilità dei maschi di trovare una partner.

La realtà però non è stata tutta così favolosa neanche per la natura. Tornando all’Italia, in molte regioni ad esempio si è continuato legittimamente a sparare e a tagliare boschi, così come si sono registrati fenomeni di bracconaggio, a causa del venir meno dei controlli.

Ma, a parte ciò, il lockdown per molti è stato anche un momento di ripensamento in merito al concetto stesso di natura, o meglio sulla bellezza associata alla natura. E qui mi spiego meglio. La natura che ci circonda, e ce ne accorgiamo anche noi in ambito urbano, non è tutta “naturale”, ma è spesso frutto di interventi umani, e altrettanto spesso di interventi errati. Qualche esempio? Le nutrie sulle sponde dei fiumi, lo scoiattolo grigio che soppianta lo scoiattolo rosso; oppure gli alberi di Ailanto, di Paulownia o gli arbusti di Buddleja che invadono città, campagne e rilievi. Specie animali o vegetali immesse dall’uomo o volontariamente o casualmente che arrecano danni spesso irreparabili.

A questo proposito, interessante è uno studio che è stato pubblicato di recente, frutto del lavoro di un team di ricercatori dell’Università Statale di Milano, coordinato dal professor Raoul Manenti.

Il team ha svolto una preziosa indagine anche sulla fauna alloctona che prospera nel nostro paese e sugli interventi che mirano a contenerla. Ovviamente, durante il lockdown tali interventi sono stati sospesi e la fauna ha continuato a prosperare e ad avere la meglio sulle specie native. E sforzi di contenimento fatti in passato potrebbero essere stati del tutto vanificati. Lo stesso team sta ora raccogliendo informazioni provenienti da altri paesi, e si potrà perciò avere un quadro più completo a livello globale. La natura, a causa nostra, talvolta è matrigna.

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