C’è voluto un articolo de Il Fatto Quotidiano per ricordare alla giustizia italiana dell’esistenza di un vecchio fascicolo d’inchiesta, ormai quasi dimenticato nei cassetti del tribunale di piazzale Clodio, che attendeva da sette anni che qualcuno decidesse di fissare un’udienza. Adesso però, bisognerà aspettare ancora quattro mesi, fino al prossimo 4 febbraio 2021 per capire se i dodici appartenenti di Casa Pound, accusati di violenza o minaccia a incaricato di pubblico ufficiale, devono essere processati per l’irruzione nella sede Rai di via Teulada, avvenuta tra il 3 e 4 novembre 2008, per interrompere la messa in onda del programma televisivo Chi l’ha visto?, condotto da Federica Sciarelli. Parliamo dell’editore Francesco Polacchi, titolare della casa editrice Altaforte e del marchio di abbigliamento Pivert, che l’anno scorso pubblicò il libro-intervista a Matteo Salvini. Sotto inchiesta finirono anche il presidente di CasaPound Italia Gianluca Iannone, il segretario nazionale Simone Di Stefano, il vicepresidente Andrea Antonini, ma anche Mauro Antonini, Alberto Palladino, Marco Casasanta, Noah Mancini, Alessio Bernardini, Nicola Follo, Carlomanno Adinolfi e Antonio D’Errico.

L’aggressione alla Rai – Inizia tutto il 29 ottobre 2008, quando a Piazza Navona, gli studenti protestano contro la riforma dall’allora ministro all’istruzione Mariastella Gelmini. La manifestazione inizialmente pacifica, degenera fino a sfociare in un vero e proprio scontro. Alcuni giovani della destra romana con calci e pugni picchiano i partecipanti del corteo. Qualche giorno dopo, il 3 novembre, le immagini sono trasmesse dalla Sciarelli, in cui si vedono i volti di alcuni dei picchiatori. In quella notte, un gruppo di venticinque persone (secondo la procura c’erano anche Iannone, Polacchi, Di Stefano e Antonini), coperti da passamontagna, sciarpe e caschi, salta i tornelli dell’ingresso della tv di Stato. L’incursione dura pochi minuti. Le telecamere di sorveglianza riprendono tutto. I due vigilantes in servizio quella sera spiegheranno alle autorità che il gruppo cercava il programma “Chi l’ha Visto?”. Ma dopo essere arrivati nell’atrio, gli incursori hanno sfogato la loro rabbia contro la targa Rai, imbrattandola con degli ortaggi. Poi fuggono.

Una storia giudiziaria lunga 12 anni – La Rai sporge denuncia, e l’inchiesta è affidata al pm Pietro Saviotti che a novembre 2010 chiede il rinvio a giudizio per dodici persone. Secondo l’accusa, Polacchi e gli altri militanti di Casa Pound “minacciavano i giornalisti, redattori e registi del programma televisivo Chi l’ha visto?, incaricati di pubblico servizio per impedire l’assolvimento delle attività di informazione (…) in relazione e a seguito della trasmissione del 3 novembre (…) in cui potevano essere riconosciuti alcuni dei partecipi”. A marzo 2011 si celebra l’udienza preliminare, ma il gup decide che bisogna passare per citazione diretta, davanti al giudice monocratico. Il pm Saviotti scompare prematuramente, e il fascicolo resta fermo. Solo dopo i solleciti dell’avvocato della Rai Marcello Melandri, e l’articolo de Il Fatto Quotidiano, il presidente del Tribunale di Roma Francesco Monastero fissa l’udienza a fine 2019. Si celebrano quattro udienze davanti al giudice monocratico Sandro Di Lorenzo, in cui la pm Santina Lionetti interroga diversi testi. A gennaio di quest’anno un nuovo stop: il giudice Di Lorenzo va in pensione, in una occasione è sostituito dal giudice onorario Mauro Barbanti. Si riprende il 10 febbraio, con un nuovo giudice, la dottoressa Elvira Tamburelli, ma i difensori degli imputati le fanno presente che c’è un vizio di forma, non si sarebbe dovuto procedere “con la citazione diretta”. La Tamburelli “ritiene fondata” la richiesta, sancendo la “nullità dei decreti di giudizio”. “Serviva il filtro dell’udienza preliminare”, spiega in aula la giudice. Gli atti tornano alla pm Lionetti, che riformula una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Così si arriva all’udienza dell’8 ottobre, davanti al giudice Simona Calegari, alla quale i difensori degli imputati hanno presentano la richiesta di procedere con il rito abbreviato. Tutto è rimandato al prossimo 4 febbraio 2021. La prescrizione è stimata in 15 anni, più un quarto della pena in caso di interruzione. Il tempo massimo dovrebbe essere il 2026, ma mancano solo sei anni e ancora non è stato concluso neanche il primo grado.

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