Da Singapore, lo “Stato delle sanzioni”, dove anche masticare chewing gum in strada si traduce in pesanti sanzioni, ai coffe shop di Amsterdam dove fumare marijuana è pratica lecita e quotidiana: l’esplorazione del mondo condotta da Michele Gelfand, psicologa interculturale Distinguished Professor all’Università del Maryland, mostra come le società esprimano diversi livelli di rigidità o permissivismo, secondo il dualismo “tightness/looseness” al centro da anni delle sue ricerche. Intervenuta al Festival della Scienza Medica di Bologna on line fino al prossimo 17 ottobre, la professoressa Gelfand ha parlato delle conseguenze dell’alternanza tra rigidità e lassismo nella gestione della pandemia. “La cultura è un interessante mistero che condiziona, spesso inconsapevolmente, ogni aspetto della nostra vita, sia dei singoli che delle collettività. Come un pesce non si chiede cosa diamine sia l’acqua, tutti noi nasciamo immersi in contesti culturali che informano di sé ogni nostra azione”.

Ma cosa determina la differenza tra culture più o meno rigide? “Non si tratta né del Pil, né di un particolare tipo di religione o lingua: dalle ricerche che ho pubblicato negli ultimi anni (condotte in 6 continenti, 33 nazioni e che hanno coinvolto più di 6mila intervistati e pubblicate sulla rivista Science) è emerso che a fare la differenza sono le minacce collettive cui quel territorio è ed è stato sottoposto nella storia, più o meno cronicamente, dalle catastrofi climatiche ai terremoti alle carestie, fino a guerre e invasioni. Anche la densità abitativa alta è un parametro che si riscontra nelle società più restrittive, perché tende a generare maggior caos”. Una mappa degli Stati Uniti ridisegnata su criteri di “tightness/looseness” mostra la perfetta corrispondenza: gli stati più rigidi sono quelli sud-orientali, che hanno sperimentato nel passato catastrofi naturali.

In presenza di minacce la necessità è quella di coordinare al meglio le collettività attraverso norme, sociali o codificate che siano: “quando, come nel caso di Covid-19, la minaccia è di ordine sanitario la necessità diventa quella di un irrigidimento, anche se temporaneo” dice Gelfand. Una consuetudine cui i paesi “tight” sono più abituati dei paesi “loose”: “le culture più rigide sono caratterizzate da un maggior ordine, controllo, minor criminalità e un più alto grado di conformismo; al contrario quelle più permissive lottano con l’ordine ma al contempo sono più tolleranti, creative, aperte. Ma la minaccia cambia la percezione: si pensi a come i leader populisti facciano leva sulla paura e sull’esistenza di minacce – vere o presunte che siano – per solleticare la richiesta da parte dell’elettorato del leader forte”.

Nel caso del Coronavirus, Gelfand ha dimostrato come le culture più rigide siano riuscite con più facilità nel contenimento dei contagi e dei morti, tramite sistemi di controllo che risultano però inaccettabili all’interno di contesti democratici che salvaguardano, ad esempio, il diritto alla privacy. “In realtà però non esiste un modello migliore dell’altro: piuttosto possiamo parlare di compromesso tra necessità di ordine e apertura, perché il concetto rigidità/permissivismo è un costrutto dinamico, da modulare di volta in volta. Occorre insomma identificare i contesti come nel caso di una pandemia, in cui occorre rendere più restrittive norme lasse, e viceversa. I miei studi hanno mostrato infatti come agli estremi delle due modalità i problemi siano gli stessi, come tassi di suicidi o depressione più marcati”. E poiché i gruppi meno rigidi hanno maggior difficoltà di coordinamento di fronte a una minaccia collettiva, occorre discutere del livello di minaccia: “abbiamo bisogno di segnali chiari da parte dei nostri governanti, che devono saper alternare inasprimento e allentamento delle regole, sperimentare modalità diverse a seconda delle circostanze e negoziarle quotidianamente. Quando si vira verso una maggior rigidità le persone si sentono minacciate nella loro libertà, ma deve passare il concetto che l’inasprimento è solo temporaneo: è una grossa sfida per il legislatore, ma è il solo modo per convivere con la grave situazione nella quale ci troviamo e superarla” ha concluso la Gelfand.

Memoriale Coronavirus

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Covid-19 malattia di genere? Uomini più colpiti delle donne. Lo studio presentato al festival della Scienza Medica di Bologna

next
Articolo Successivo

Covid, professor De Girolamo su lockdown e psiche: ‘Benessere mentale compromesso? Somministrazione test online non attendibile’

next