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Ricostruzione mammaria con i propri tessuti dopo il cancro al seno: al Policlinico Tor Vergata dimissioni in 24 ore e interventi più sicuri

Dalla microchirurgia con lembo DIEP ai protocolli ERAS: la tecnica consente una nuova vita dopo la mastectomia, con tessuti propri, tempi di recupero ridotti e risultati naturali e duraturi.
Ricostruzione mammaria con i propri tessuti dopo il cancro al seno: al Policlinico Tor Vergata dimissioni in 24 ore e interventi più sicuri
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Non è solo una questione di tecnica, ma di tempo e qualità della vita. La sfida vinta dall’Unità di Chirurgia Plastica del Policlinico Tor Vergata di Roma segna un punto di svolta per le donne che hanno subito una mastectomia (asportazione del seno) a causa di un tumore: la ricostruzione mammaria autologa, ovvero con i tessuti prelevati dalla stessa paziente invece che con le protesi di silicone, è a tutti gli effetti una procedura rapida e sicura. Ma anche molto complicata e non alla portata di tutti i bisturi. Grazie a uno studio pubblicato sul Journal of Plastic, Reconstructive & Aesthetic Surgery (JPRAS) su 143 casi, l’ospedale romano si attesta tra i primi cinque a livello globale per velocità di recupero e dimissione. Il segreto? Un’organizzazione perfetta tra chirurghi e anestesisti che permette di dimezzare i tempi chirurgici e di dimettere la paziente entro 24 ore, garantendo un risultato naturale, senza protesi e destinato a durare per sempre. A spiegare precisamente i vantaggi della nuova procedura è Benedetto Longo, direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dell’Università di Roma Tor Vergata, nonché autore dello studio.

Professore, in cosa consiste la ricostruzione mammaria autologa?
“Si chiama tecnicamente ricostruzione mammaria autologa microchirurgica con lembo DIEP (Deep Inferior Epigastric Perforator). In parole semplici, preleviamo una porzione di tessuto addominale (pelle e grasso) situata tra l’ombelico e il pube, insieme a un’arteria e a una o due vene. Questo tessuto viene poi trasferito sul torace per ricostruire la mammella asportata a causa del tumore. La grande differenza rispetto ai trapianti d’organo è che il donatore e il ricevente sono la stessa persona: non c’è rischio di rigetto”.

Come avviene questo “trasferimento” di tessuto?
“Per far sopravvivere il tessuto prelevato dall’addome, dobbiamo ricollegare i vasi addominali a quelli della regione ascellare o mammaria interna. È un tipo di intervento tra i più complessi in chirurgia plastica: richiede un training del chirurgo di almeno 10-15 anni. Non tutte le Breast Unit possono quindi offrirlo, perché serve un team affiatato e un volume di interventi elevato, circa 60-70 all’anno, per mantenere l’expertise necessaria”.

Tra i vantaggi della procedura ci sono i tempi di dimissione, meno di 24 ore. Come ci siete riusciti?
“Grazie all’ottimizzazione di ogni fase. Un intervento che normalmente dura 6-8 ore, noi lo eseguiamo in 3-4 ore. Usiamo protocolli ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), che ottimizzano l’intero percorso perioperatorio e che prevedono una gestione del dolore multimodale e mirata. Questo permette alla paziente di alzarsi dal letto già 12 ore dopo l’intervento. Se non c’è dolore e la mobilità è buona, la paziente può tornare a casa il giorno successivo in totale sicurezza. Questo abbatte l’impatto psicologico dell’ospedalizzazione e rende i costi sovrapponibili a quelli di una normale ricostruzione con protesi”.

A proposito di protesi: quali sono i vantaggi del tessuto autologo rispetto al silicone?
“Il vantaggio è definitivo. Una protesi ha una durata media di 7-8 anni e spesso va sostituita o dà problemi di contrattura. Il tessuto autologo, invece, è per sempre. È un seno ‘vivo’: è morbido, segue i cambiamenti di peso della donna, ingrassa e dimagrisce con lei, e invecchia in modo naturale insieme al corpo. Esteticamente, il risultato è incomparabile”.

Molte donne temono il trauma dell’amputazione. Questo intervento si può fare contestualmente alla rimozione del tumore?
“Assolutamente sì. La nostra casistica include molte ricostruzioni immediate. Le due équipe — i senologi che asportano il tumore e noi chirurghi plastici — lavorano contemporaneamente per ottimizzare i tempi. È fondamentale per la paziente svegliarsi già ‘ricostruita’: aiuta a chiudere psicologicamente il capitolo della malattia senza subire il trauma dello specchio”.

Parliamo di cicatrici: se prendete tessuto dall’addome, ne resterà un segno evidente?
“Sì, c’è una cicatrice addominale, ma viene posizionata in basso, dove resterebbe nascosta dagli slip. In pratica, l’effetto è quello di un’addominoplastica estetica: molte pazienti sono quasi contente di ritrovarsi con un addome più piatto. Sul seno, invece, cerchiamo di usare le stesse incisioni dei senologi, rendendole il più possibile simili a quelle di un intervento estetico, come una mastoplastica riduttiva”.

Un’ultima curiosità: questa tecnica si può usare anche per scopi puramente estetici, per chi vuole aumentare il seno senza protesi?
“In teoria sì, ma è un intervento estremamente impegnativo che il Servizio Sanitario offre solo per necessità oncologiche. Per fini puramente estetici, sono rarissime le donne che scelgono un intervento così complesso perché è difficile trovare centri e chirurghi che possano eseguirlo nel privato. Noi offriamo entrambe le possibilità poiché la nostra missione principale resta restituire integrità e dignità a tutte le donne e soprattutto a chi ha affrontato la battaglia contro il cancro, cercando di avvicinarci il più possibile allo status quo precedente alla malattia”.

Valentina Arcovio

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