I numeri della pandemia parlano chiaro: con un’incidenza di ricoveri di uomini superiore di 1,5 volte rispetto alle donne, che arriva a 3-4 volte nel caso di ricoveri nelle Terapie Intensive e un tasso di mortalità quasi doppio, Covid-19 potrebbe candidarsi a entrare nel novero delle malattie di genere. A quasi un anno dallo scoppio della pandemia, cominciano a delinearsi più chiaramente i motivi di questo squilibrio di genere.

A parlarne oggi nella quarta giornata del Festival della Scienza Medica di Bologna è stato il professor Giovanni Scambia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: il suo è stato uno dei 4 interventi che hanno illustrato i progetti di ricerca di contrasto a Covid-19 di 4 Università italiane – oltre al Sacro Cuore, l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Padova e l’Università degli Studi della Calabria – finanziati dal Gruppo Intesa Sanpaolo con 1 milione di euro, “per guardare al futuro con fiducia puntando sulle migliori energie del Paese”, come ha ricordato Nicola Maria Fioravanti, CEO di Intesa Sanpaolo Vita, che ha introdotto l’incontro.

Scambia ha illustrato i fattori che possono spiegare alcune differenze di genere nell’incidenza e nell’evoluzione clinica della malattia: “anche se siamo sono agli inizi, credo ci siano ipotesi di tipo biologico che spiegano i dati epidemiologici rilevati – ha detto il Professore. – I dati provenienti da molti paesi hanno evidenziato uno squilibrio di genere per gravità e tasso di mortalità. Quello che emerge è che, anche a parità di casi di contagio, la mortalità e l’incidenza della malattia sono differenti in uomini e donne”. Come spiegare questa diversità? “Va considerato senza dubbio il sistema immunitario, che mostra una differente suscettibilità tra sesso maschile e femminile rispetto alle infezioni virali, un dato che emerge anche per altre infezioni, come l’HIV o l’Epatite B. Questo perché le cellule deputate all’immunità innata sono molto più attive nelle donne, così come la produzione di anticorpi. È possibile – continua il Professor Scambia – che responsabili di questo siano gli ormoni sessuali che influenzano, ad esempio, l’attività dei linfociti: gli estrogeni in particolare attivano attività linfocitarie specifiche. A ciò si aggiungono anche differenze a livello di cromosomi X e Y, il che spiega anche la maggior incidenza di malattie autoimmuni nelle donne”.

Per quanto riguarda SARS-CoV-2, la differenza di genere si gioca al livello delle due proteine che sono implicate nella penetrazione del virus: “si tratta di ACE2 e proteasi, proteine di membrana che sono differentemente espresse negli uomini e nelle donne: ACE2 è più frequente nei maschi, la proteasi è più espressa nel tessuto prostatico. Gli esperimenti in vitro confermano il ruolo degli ormoni: più bassa è la presenza di estrogeni, più alta è la produzione delle proteine, mentre gli androgeni ne aumentano la produzione”. Anche le reazioni alle terapie antiretrovirali sono differenti; alle differenze di natura biologica si aggiungono poi abitudini e stili di vita: “gli uomini mediamente hanno più comorbilità delle donne (ad esempio malattie croniche polmonari o cardiovascolari correlate ad abitudini come il fumo), la maggior mobilità li espone a più rischi, o si lavano con meno frequenza le mani”.

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