Italo Calvino, in una pagina di Se una notte d’inverno un viaggiatore, dialoga col lettore e classifica i libri: “Ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che s’estendono per ettari ed ettari i ‘Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere’, i ‘Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura’, i ‘Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli’.”

Ecco, leggendo Manconi-Graziani, Per il tuo bene ti mozzerò la testa, Einaudi, più volte mi son chiesto che libro sia e come classificarlo; arrivato all’ultima pagina non ho più dubbi: va messo tra “i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura”. Perché? Ecco in dieci punti la risposta.

1. Perché attacca “politici e giornalisti che brandiscono la morale come un’arma” e poi, per due capitoli (pp. 10-46), spara moralisticamente contro lo stile, le citazioni, il linguaggio, il metodo di lavoro, l’ironia, di Marco Travaglio.

2. Perché straparla di un’idea “astratta di giustizia” che si affida “alla spada dei tribunali” (senza spiegare chi, se non i tribunali, dovrebbe realizzarla), e sentenzia che non si rispettano “le garanzie processuali” mentre in Italia, in verità, s’abbonda di garanzie e tutele fino al terzo grado di giudizio.

3. Perché farnetica di “abbassamento del livello di civiltà giuridica”, negli anni in cui il ministro Alfonso Bonafede traduce in legge, con ampia maggioranza in Parlamento, una delle più importanti riforme giuridiche del secondo dopoguerra. Ma c’è dell’altro.

4. Il libro diventa “spassoso”, per evidente parzialità, quando individua “il campione della mentalità giustizialista” in Travaglio e lamenta che “la parola ‘carcere’ e l’immagine delle manette” abbiano “conquistato la prima pagina del Fatto” (p. 127). Il colpevole non è chi delinque, è chiaro, ma i giornali (pochi) che ne parlano.

5. Molti sono i torti del direttore del Fatto: “miccia e megafono” dei Cinque Stelle, “poi controllore e monitore”, infine “consigliere massimo”: suggerisce perfino “il programma dell’alleanza col Pd” (pp. 129-130). Dove emerge che se a suggerire idee, manifesti, programmi dalle pagine di Repubblica sono Mauro e Scalfari va bene e rientra nella normale dialettica giornalismo/politica, se a farlo è il Fatto è uno scandalo.

6. E’ che il libro discetta di “populismo penale” e mostra rancore per il Fatto e i suoi collaboratori (“epigoni di Alberto Lionello”, p. 38) senza alcuna obiettività: definisce nichilista, scomodando Nietzsche, i Cinque Stelle perché “negano l’esistenza di valori” (p. 141): bizzarra definizione per un Movimento che predica l’equità sociale e la giustizia come valori fondanti.

7. Di più: il direttore del Fatto – leggiamo – “tiene dossier sui politici. Ne ricerca le dichiarazioni […] Le conserva. E poi aspetta la contraddizione” (p. 10). Seguono critiche. E denunce, del metodo che di fatto praticano spulciando archivi e cercando le contraddizioni di Travaglio, senza peraltro trovarle. Ridicolo.

8. Lo accusano d’intransigenza, “come Javert” (I miserabili) che “copriva di sprezzo […] tutti coloro che avessero varcato la soglia del male” (p. 13); scavano nella letteratura per trovare sostegni a tesi pre-costituite ma falliscono: a) perché estrapolano frasi dal contesto; b) manipolano gli articoli; c) attaccano le citazioni di Totò (da quando è errato tenere insieme “l’alto e il basso?”); d) contestano i testi sulla Trattativa Stato-mafia, come se il processo non l’avesse confermata (Umberto Eco parla dei “limiti dell’interpretazione”; chiedo: il cosiddetto garantismo può fottersene dei fatti?).

9. Criticano “l’onomastica dello scherno” dopo aver detto che la tendenza ebbe grandi protagonisti e “le alterazioni fanno ridere” (“abbiamo letto il Rabelais di Bachtin”, p. 30). E allora? Perché non va bene se a praticarla è il Fatto? In verità, per me i nostri grondano faziosità: durante il lockdown Marco Travaglio dice che i carcerati stanno meglio dentro perché “il tasso di contagiati in carcere è più basso che fuori.” E’ un dato statistico. Ma non l’accettano: “si è evitata la catastrofe umanitaria – scrivono – solo grazie a una buona stella che ha protetto i detenuti” (pp. 255-256). La “scientificità” della tesi traballa, è evidente, ma conta attaccare “l’eroe popolare della caccia all’uomo” e, pensa un po’, gli danno la caccia per un libro intero nell’edizione Einaudi della famiglia Berlusconi; scrivendo che “la giustizia non può essere assoluta” altrimenti è religione (p. 166), come se esistesse una sola riga del Fatto dove si sostenga questa tesi.

10. Infine, la bugia più perfida: “La sindrome del siamo tutti colpevoli costituisce il consueto stato d’animo del lettore del Fatto’” (p. 41). E’ falso. Il giornale indica sempre i nomi dei singoli colpevoli dei reati, evita le generalizzazioni, ma Luigi Manconi e Federica Graziani non vogliono vedere: è la loro colpa maggiore. La mia stroncatura è totale. Denunciano “il clima di sospetto vigente in Italia” e scrivono un libro intero di sospetti su Travaglio: per eccesso di “garantismo” e per il suo bene, s’intende, hanno tentato di mozzargli la testa. “Non lasciarti mettere in soggezione”, lettore; Calvino vede estendersi per ettari “i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura”. E’ il caso del testo di cui ti ho parlato.

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