Con la multa da cinque milioni di euro inflitta a Poste Italiane, colpevole di non aver consegnato a mano le raccomandate anche quando i destinatari erano in casa, l’Antitrust ha applicato la sanzione massima consentita dalla normativa italiana per le pratiche commerciali scorrette. Ma dalla stessa relazione dell’agenzia emerge un particolare significativo: la gravità della violazione – scrive l’Autorità garante della concorrenza e del mercato – avrebbe giustificato una sanzione più alta. E sul quanto, più alta, c’è anche il riferimento: la Direttiva europea del 27 novembre 2019 sui diritti dei consumatori. Tra le altre cose, questa impone agli Stati membri di innalzare il limite massimo delle multe per pratiche commerciali scorrette fino ad almeno il 4% del fatturato annuo dell’azienda che le mette in atto. Per Poste questo valore si aggira attorno ai 3,5 miliardi di euro, e dunque la sanzione, in questo caso, sarebbe stata di 140 milioni.

Multe più alte ma solo dal 2022 – L’Italia però, come ricorda l’Antitrust, non ha ancora recepito la Direttiva, approvata nel novembre 2019 da Parlamento europeo e Consiglio. Dal Ministero dello sviluppo economico rassicurano e fanno sapere che sarà inserita nella prossima legge di delegazione europea, in linea con la scadenza del novembre 2021: “Speriamo che la vicenda di Poste possa accelerare questo iter, perché le cifre attuali fanno solo il solletico ai grandi colossi“, dice al fattoquotidiano.it Smeralda Cappetti dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori, che negli ultimi mesi ha raccolto decine di segnalazioni di avvisi di giacenza lasciati nelle cassette delle lettere anche quando sarebbe stata possibile la consegna a mano.

La Direttiva in questione, all’articolo 1, stabilisce i criteri che gli Stati membri devono seguire per quantificare le sanzioni. Alla natura e alla gravità delle violazioni, e alla valutazione di quanto fatto per attenuare il danno, già previsti dall’ordinamento italiano, si aggiungono la durata e le irregolarità commesse in passato, con le relative sanzioni. “Se per una pratica commerciale sleale la stessa azienda ha già ricevuto una sanzione in uno Stato membro, tutti gli altri ne dovranno tenere conto”, spiega Maria Pisanò, direttrice del Centro europeo dei consumatori in Italia. Da qui la necessità di mettere dei paletti per uniformare anche l’entità delle sanzioni. Su questo punto interviene l’articolo 13, secondo cui la multa massima deve corrispondere almeno al 4% del fatturato annuo dell’azienda che commette la violazione. “La sanzione – spiega ancora Pisanò – deve rappresentare un deterrente effettivo. In alcuni stati europei, come quelli baltici, al momento quella massima non supera le migliaia di euro. Per questo ci sono aziende che in un certo senso mettono a bilancio le sanzioni. Chi intende gestire la propria attività commerciale in maniera scorretta posiziona la sede legale in un paese in cui le multe sono bassissime”.

Oltre a creare un sistema unico, la Direttiva punta quindi a rendere efficaci le sanzioni. “A certi livelli cinque milioni di euro non rappresentano una cifra dissuasiva”, dice Cappetti di Aduc. “Ci sono aziende che grazie a pratiche sleali e ingannevoli guadagnano miliardi di euro. E quindi preferiscono correre il rischio”. Nel caso di Poste, stando alle considerazioni fatte dall’Antitrust, secondo Cappetti sarebbe scattata la multa massima: “Il 4% è la base, poi ogni Stato potrà anche decidere di innalzare questo limite. Staremo a vedere cosa succederà quando la Direttiva sarà operativa, dal maggio del 2022, ma sicuramente legare la multa al fatturato renderà le sanzioni molto più efficaci”.

Gli altri punti chiave della legge Ue – La Direttiva stabilisce anche rimedi individuali proporzionati ed effettivi per i consumatori che subiscono pratiche commerciali scorrette, dal risarcimento del danno a una riduzione del prezzo per altri servizi, e introduce diverse novità in materia di trasparenza degli acquisti online: i venditori ad esempio dovranno specificare se le recensioni dei loro prodotti sono state verificate o meno, mentre ai gestori dei portali sarà richiesto di indicare i risultati di ricerca che contengono posizionamenti a pagamento, ovvero se qualcuno ha pagato per far comparire un prodotto ai primi posti o per essere inserito nell’elenco dei risultati. Stesso discorso per i prezzi, con i portali che avranno l’obbligo di rendere note eventuali profilazioni dell’utente basate su precedenti ricerche online.

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