“Dobbiamo incontrare i nostri protettori”. “Ti faccio io da garante”. Carabinieri, poliziotti, finanzieri, personale dei servizi segreti. Tutti al servizio dell’imprenditore corrotto. Ad aiutarlo, Alessandro Sessa, colonnello dei carabinieri già coinvolto con l’accusa di depistaggio – poi prosciolto – nell’ambito dell’inchiesta Consip. Luciano Iannotta, imprenditore 49enne di Terracina, è il principale indagato nell’ambito dell’operazione ‘Dirty glass’ della Direzione distrettuale antimafia di Roma, che questa mattina ha portato all’arresto di undici persone e al sequestro di quattro società nella provincia di Latina. Iannotta, che vanta legami con esponenti della ‘ndragheta e membri del clan locale Di Silvio, secondo il gip di Latina aveva uno “spessore criminale” tale da essere “capace di piegare a suo favore anche appartenenti dell’Agenzia di Informazioni per la Sicurezza Interna”, organismo alle dirette dipendenze della Presidenza del consiglio dei ministri.

“Il pranzo nella villa di Iannotta e gli accordi con Sessa” – L’imprenditore, leader di Confartigianato a Latina e presidente del Terracina Calcio, deve risolvere alcune partite economiche. In particolare ha perso 600.000 euro e sta cercando di recuperarli, anche rivolgendosi ai fratelli Barbaro, di Palmi (Reggio Calabria) con precedenti legati a reati di mafia. Secondo gli inquirenti, attraverso un avvocato, Pietro Rosati, Iannotta ottiene diversi contatti con alcuni quelli che definisce “i nostri protettori”. Per stringere i rapporti, l’imprenditore organizza, il 21 maggio 2018, un pranzo nella sua villa. All’incontro parteciperanno lo stesso Iannotta, Rosati, Antonio e Gennaro Festa (due soci napoletani, anche loro arrestati) e “due esponenti dei servizi di sicurezza, non identificati”. Il ruolo di Sessa emerge in una chiacchierata avvenuta un mese prima, il 16 aprile, quando i due concordano che il colonnello dei carabinieri sarebbe dovuto essere il “garante” di quell’incontro, teso a riconoscere l’effettivo ruolo dei commensali. Inizialmente Sessa è contrario alla sua partecipazione, teme che i “commensali” possano dubitare dell’amico: “Lascia perdere non… non ci sto bene io no?… Mi spiego?… Perché al primo incont… cioè alla fine inizierebbero pure a dubitare di te…”. E Iannotta gli risponde: “Io però lo sai che è?… Io voglio farteli conoscere perché secondo me… se è vero quel… il livello di questa gente… cioè a noi ci possono far comodo di brutto… pure a te e’?”

“Viene il caposcorta di Renzi? Lo conosco, è un ricottaro” – Sessa invita Iannotta a informarsi su chi sarebbe venuto al pranzo: “Dovresti far fare… se riesci a fare le foto… per vedere le fa… perché non è da escludere che magari si porta pure… eh… il vice direttore del servizio… perché ha allargato la copertura”. Dalla descrizione di Iannotta, Sessa individua in un suo collega, già membro della scorta dell’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, la persona (non indagata) che si sarebbe presentata all’incontro: “È un ricottarone – dice ancora Sessa – uno che non paga ristoranti, si prende i chili di pesce, non li paga capito?… Con la scusa di stare in mezzo a Renzi sono arrivati diversi esposti su di lui… in questo senso”. Iannotta si preoccupa: “Quindi se va di là e gli dice che ci stava pure Sessa… dice a Renzi ci stava pure Sessa”. Il colonnello allora gli espone la sua idea: “Io penso che di venire non sia il caso… se riesco a venire mi metto da parte e vedo chi ci sta!… facendo una osservazione distaccata capito!?… in quel senso dico…”. Va precisato che la Squadra mobile non identifica chi siano stati effettivamente i due funzionari dell’Aisi che hanno partecipato al pranzo, né il loro ruolo successivo, mentre l’ex addetto della sicurezza dell’attuale senatore fiorentino tirato in ballo da Sessa, non è indagato.

Gli agenti coinvolti. Sessa a Iannotta: “Ti do’ le chiavi di casa in centro” – Come detto, non c’è solo Sessa fra gli esponenti delle forze dell’ordine coinvolti nella rete corruttiva di Iannotta. Fra gli indagati compaiono anche Luigi Di Girolamo, appartenente alla Guardia di finanza di Fiumicino, e Michele Carfora Lettieri, carabiniere della compagnia di Terracina, i quali – come recita il capo d’imputazione – erano entrati nella banca dati interforze “fuori da qualsiasi incarico istituzionalmente assegnato, non esistendo alcun procedimento penale che giustificasse i predetti accessi, ma unicamente sulla base di una richiesta fatta ad entrambi da Luciano Iannotta per finalità esclusivamente personali”. “Perché visto che sono un poveraccio, non mi rimedi un telefonino e una scheda”, chiede Sessa a Iannotta in un’intercettazione? “Eh certo! Mo’ ora che c’abbiamo il bilancio possiamo fare anche la Smart”. Al colonnello l’utilitaria serve perché a breve “mi daranno l’alloggio a Roma, a piazza del Popolo (…) ti do’ le chiavi”.

Il gip:”A disposizione senza alcuno scrupolo” – Secondo il giudice Sessa e Lettiere “non hanno avuto alcuno scrupolo a mettere a disposizione di Iannotta la loro funzione, il primo quale colonnello dell’Arma dei Carabinieri e il secondo quale luogotenente dei Carabinieri, ricevendo in cambio delle utilità e favori”.
Secondo l’accusa, l’ufficiale dell’Arma si era messo a disposizione rivelandogli notizie e informazioni “attinenti al proprio ufficio, mettendosi a disposizione per il compimento dì attività di osservazione finalizzate alla verifica ed accertamento dell’identità di appartenenti all’Aisi, fornendo informazioni tecniche sulle modalità di attivazione delle intercettazioni ambientali da parte della Polizia Giudiziaria, sulle modalità di disturbo della registrazione delle stesse, nonché adoperandosi nella ricerca di una persona di fiducia per operare la bonifica dell’autovettura di Iannotta dalla presenza di microspie”.

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Aggiornamento della redazione web alle ore 20.00 del 16 settembre 2020

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