La presentazione dei nuovi palinsesti è avvenuta in tono minore. Fino a pochi anni fa i networks presentavano i palinsesti in ridenti cittadine marine, erano occasione per annunci importanti, sui nuovi programmi, sull’arrivo di nuove star; erano dei veri e propri spettacoli rivolti agli inserzionisti pubblicitari.

Il tono minore è stato determinato in parte dall’emergenza del Covid, ma anche dalle poche novità e dagli scarsi contenuti: dei nuovi palinsesti si è parlato più sulle pagine del gossip che su quelle dello spettacolo e della cultura. Nei periodi di crisi, calano gli investimenti sulla programmazione e si tende a ripetere gli stessi programmi: per i risparmi sulle economie di scala e per evitare che i nuovi programmi possano rivelarsi degli insuccessi. Così la Tv invecchia.

Sui dettagli della stagione autunnale rimando ai resoconti di Giuseppe Candela, qui do alcune indicazioni, traendo spunto dai dati della relazione dell’Autorità per le Comunicazioni.

I ricavi della Tv sono diminuiti nel 2019 di -4%; le previsioni per l’anno in corso si avvicinano al -15%, mentre la pubblicità dovrebbe scendere di circa il -20%. L’Autorità rileva che anche i ricavi della pay calano in misura superiore rispetto alla free. L’equilibrio di molte imprese Tv è a rischio: è probabile che per mantenere i livelli dei compensi delle star o dei diritti del calcio sarà necessario contrarre i costi del personale, livelli occupazionali che sono già a rischio in molte aziende.

Preoccupa vedere che i ‘fondi pubblici’, cioè il canone di abbonamento, siano l’unica risorsa in aumento, è come se il sistema si stia ‘pubblicizzando’. Le pressanti richieste dei networks privati, sostenuti dai loro supporter politici affinché la Rai riduca il suo potenziale pubblicitario, con la giustificazione che può contare sulla risorsa certa del canone, avrebbe la sua ragion d’essere nella misura in cui il tema degli affollamenti pubblicitari fosse inglobato nella disciplina dell’intero sistema, ad iniziare dal conflitto d’interesse. Siccome sono passati quarant’anni senza che nulla sia stato toccato sul sistema televisivo proprio per preservare il vecchio oligopolio, c’è da dubitare che possa accadere adesso, quando il partito-azienda ha ripreso la scena della politica.

Vecchio oligopolio che stenta peraltro a mantenere le posizioni. Fino a pochi anni fa i tre principali networks avevano il 30% della quota dei ricavi, la situazione attuale vede il primato di Sky, segue la Rai, mentre recede Mediaset, in crisi di identità (da segnalare comunque la cessione di Premium e di EiTowers).

Sky ha il problema dei diritti calcistici. Il calcio è e rimarrà il plus della sua offerta. Dovesse non avere più l’esclusiva, perderebbe una quota significativa del suo potenziale. Il sistema-calcio nel contempo sembra ignorare che la situazione del Paese sia cambiata, come ha dimostrato la pervicacia per accelerare la riapertura del campionato.

Un solo operatore ha difficoltà al momento di pagare le stesse somme del contratto precedente, ma anche se dovessero aumentare i player, con l’ingresso delle piattaforme digitali, è probabile che il monte risorse dei diritti, venendo meno la prerogativa dell’esclusività, sia inferiore. Il ‘governo’ del calcio dovrà abituarsi a convivere con la parola ‘risparmio’, parola assente nel suo vocabolario, come il termine ‘ricambio’ per il sistema dello sport.

La Rai corre il rischio di essere commissariata se la sua situazione di bilancio dovesse peggiorare. Ma i problemi della Rai sono ben altri, sono quelli legati alla ambiguità della sua natura di servizio pubblico. Il fatto che la Rai abbia fatto poco durante l’emergenza della pandemia è di una gravità enorme: i libri di storia rimarcheranno la sua assenza e se un servizio pubblico è assente proprio nei momenti di crisi, c’è da considerare se valga la pena mantenerlo ancora in vita così com’è.

Le piattaforme online hanno solo il 5% dei ricavi della Tv; una cifra che entro pochi anni aumenterà di molto. Il mondo cambia e cambia anche la televisione: i prossimi ‘palinsesti’ verranno probabilmente dal mondo della rete.

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