Cresce l’impatto dello scambio automatico di informazioni finanziarie tra Paesi, la strategia introdotta dall’Ocse per favorire l’emersione di capitali offshore. Secondo i dati diffusi alcuni giorni fa, 97 Paesi nel 2019 hanno permesso alle autorità di analizzare 84 milioni di conti offshore per un totale di 10 trilioni (10mila miliardi) di euro. Ma tutto lascia immaginare che questa sia solo la punta di un iceberg che diventa sempre più grande, soprattutto nel contesto di un collasso economico globale, conseguenza della crisi sanitaria, che sta aumentando le disuguaglianze e favorendo comportamenti illeciti di un’élite senza etica né confini.

Passi avanti nello scambio di dati – I numeri relativi al 2019 segnano un notevole passo in avanti rispetto al 2018, quando gli Stati coinvolti erano stati 96 ma gli scambi di informazioni avevano riguardato 47 milioni di conti, per un valore complessivo di 4,9 trilioni di euro. L’incremento va ricondotto alla crescita delle relazioni bilaterali, passate in un anno da 4.500 a 6.100, e a un ampliamento della base informativa. Lo scambio automatico, partito nel 2017, “è un game changer, ha detto il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría. “Sta fornendo alle nazioni nel mondo, compresi molti Paesi in via di sviluppo, una ricchezza di nuove informazioni, permettendo alle autorità fiscali di assicurarsi che i conti offshore siano adeguatamente dichiarati. Gli Stati stanno raccogliendo molte risorse necessarie, e cruciali soprattutto alla luce dell’attuale crisi collegata al Covid-19, mentre ci si sta avvicinando a un mondo in cui non ci sarà più un posto dove nascondersi”.

Il pozzo senza fondo della ricchezza offshoreSulla ricchezza mondiale detenuta offshore sono possibili solo stime per difetto. I centri finanziari offshore, secondo la configurazione internazionalmente riconosciuta, si sono sviluppati negli anni ’60. Nel 1987 l’Ocse rivelava che tra il 1968 e il 1978 i depositi offshore erano passati da 11 a 385 miliardi di dollari. Alla fine degli anni ’80 solo nelle isole dei Caraibi si potevano rintracciare 400 miliardi di dollari. Nel 1991 il giornalista investigativo Nick Kochan asseriva che “almeno metà della ricchezza mondiale risiede o passa nei paradisi fiscali”. All’inizio del nuovo millennio le attività offshore si stimavano tra i 5,1 trilioni secondo lo studio legale Diamond e Diamond e i 7 trilioni di dollari calcolati da Oxfam. Nel 2012, una ricerca condotta dall’ex capo economista di McKinsey, James Henry, dal titolo The Price of Offshore Revisited”, alzava drasticamente l’asticella della ricchezza offshore, dichiarando che i soli high-net-worth individuals nascondevano attività per un valore compreso tra i 21 e i 32 trilioni di dollari. Durante gli anni ’90 i paradisi fiscali e i centri offshore iniziarono a guadagnare l’interesse dell’opinione pubblica e le istituzioni internazionali avviarono alcune iniziative per creare standard regolamentari condivisi, affinché gli Stati recuperassero gettito. Ma senza grande successo. Richard Woodward, economista dell’Università di Coventry, in un paper dal titolo “From Boom to Doom to Boom: Offshore Financial Centres and Development in Small States” spiega perché. “Le iniziative internazionali erano piene di scappatoie ed eccezioni allegramente sfruttate dalle fertili menti dei pianificatori fiscali internazionali; in più Stati potenti e gruppi, in particolare l’industria della pianificazione fiscale internazionale, hanno diluito con successo le proposte originali”.

Ricchi sempre più ricchi con la pandemia – La crisi del 2008 ebbe l’effetto di cancellare 10 trilioni di dollari di ricchezza globale e un’analisi di Boston Consulting Group stima che la crisi attuale vedrà volatilizzare 16 trilioni, con conseguenze sulla crescita per almeno i prossimi 5 anni. Tuttavia, secondo l’Institute for Policy Studies, dall’inizio della pandemia i miliardari americani hanno aumentato le proprie ricchezze di quasi il 20%, cioè di 565 miliardi di dollari. Un così rapido incremento patrimoniale durante un collasso economico rende evidente come la ricchezza delle élite sia del tutto scollegata dal sistema produttivo, ma viaggi sui binari di un’accumulazione fine a se stessa, senza esclusione di colpi. Illuminante, a questo proposito, uno studio pubblicato qualche anno fa dalla Proceedings of the National Academy of Sciences, dal titolo “Higher social class predicts increased unethical behavior”. In cui i ricercatori hanno evidenziato come le persone di classe sociale superiore si comportino in maniera meno etica delle persone di (presunta) classe sociale inferiore. I primi attuano comportamenti contro la legge mentre guidano, mentono durante una negoziazione, imbrogliano per aumentare le proprie possibilità di vincere un premio, sottraggono beni di valore agli altri e approvano un comportamento non etico sul lavoro in misura maggiore dei secondi. “Le tendenze anti-etiche sono spiegate, in parte, da un atteggiamento più favorevole rispetto all’avidità”, afferma lo studio.

I benefici della cooperazione Secondo un report Ocse dello scorso novembre, intitolato “Exchange of information and bank deposits in international financial centres”, lo scambio automatico di informazioni tra Paesi ha favorito la riduzione dei depositi bancari nei centri finanziari internazionali da parte di persone non residenti, insieme ai programmi di voluntary disclosure e alle investigazioni fiscali. Tra il 2008 e il 2019 tali depositi si sono ridotti del 24%, ovvero di 410 miliardi di dollari. Ma “una larga parte di questa riduzione si è realizzata come immediata conseguenza della crisi finanziaria – i depositi crollarono del 13% all’inizio della crisi, dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2011”. Tuttavia, questo fenomeno “è stato diverso tra le varie giurisdizioni: mentre alcune hanno visto una sostanziale riduzione, altre hanno sperimentato un incremento nei depositi bancari cross-border”. È quello che potrebbe succedere anche ora. “Dal momento che molte economie stanno fronteggiando una recessione, i flussi finanziari probabilmente saranno in diminuzione”, ha dichiarato, lo scorso 31 marzo, la European Banking Authority. Indicando la strada che potrebbero prendere sia questi capitali esposti alla luce del sole, sia quelli all’ombra dei centri offshore. “L’esperienza dalle crisi passate suggerisce che, in molti casi, la finanza illecita continuerà a fluire”. Il Financial Crime Enforcement Network, ufficio del dipartimento americano del Tesoro, la National Crime Agency del Regno Unito e l’Europol hanno già documentato un incremento di attività di cybercrime, insider trading, frodi e commercio di merci contraffatte direttamente collegate al caos della crisi del Covid-19.

Affari sporchi grazie al virus, da Riyadh alla Colombia – La corruzione è un altro fenomeno accentuato dalla crisi degli ultimi mesi, in ogni angolo del mondo. In Arabia Saudita alcuni funzionari sono stati arrestati per aver speculato sui prezzi delle camere d’albergo di Riyadh, utilizzate per la quarantena delle persone che rientravano nel Paese dall’estero. In Uganda alcuni ufficiali del governo sono stati condannati a 5 anni di carcere per aver acquistato cibo da offrire alle persone più vulnerabili da fornitori con prezzi più alti, causando un danno allo Stato per oltre 500.000 dollari. In Colombia è stata aperta un’inchiesta sul ministro dell’agricoltura per irregolarità su contratti collegati al Covid-19. “I funzionari corrotti e coloro che li corrompono usano meccanismi e reti esistenti per nascondere e riciclare i proventi della corruzione, canali probabilmente utili anche in un contesto di emergenza, quando le risorse e l’attenzione sono focalizzate altrove e standard normali per la supervisione, comunicazione di scadenze e requisiti di due diligence sono allentati”, scrive il Global Financial Integrity.

I centri finanziari offshore erano nati per difendere gli interessi leciti e illeciti degli individui e delle organizzazioni del Nord del mondo, interessi opposti a quelli dei più grandi Stati nazione. Questo paradigma oggi è smentito da un’élite transnazionale che non ha timore di aggravare le condizioni delle classi a reddito medio-basso, ovunque si trovino, anche nel difficile contesto di questa crisi economica. Nell’anno in corso, a causa del Covid-19, le rimesse dai Paesi ricchi verso quelli del Sud del mondo registreranno un crollo di oltre 100 miliardi di dollari, la contrazione maggiore della storia recente, afferma la Banca Mondiale. Che a febbraio, in un report intitolato “Élite capture of Foreign Aid”, al centro di numerose polemiche che hanno poi portato alle dimissioni della capo economista Penny Goldberg, evidenziava i fenomeni corruttivi che caratterizzano gli aiuti internazionali, andando ad alimentare i conti offshore delle oligarchie dei Paesi beneficiari dei fondi. Secondo lo studio, in media il 7,5% degli aiuti finisce nei paradisi fiscali, e quando gli aiuti rappresentano più del 3% del Pil del Paese, la sottrazione dei fondi raggiunge il 15 per cento.

Il caso africano: il 44% della ricchezza finanziaria detenuto offshore – Il riferimento di Gurría ai Paesi in via di sviluppo è dunque importante, e segue la recente pubblicazione di Tax Transparency in Africa 2020 del gruppo di lavoro raccolto sotto l’insegna della “Africa Initiative”. Il continente africano è sia approdo di consistenti flussi finanziari illeciti, stimati tra i 50 e gli 80 miliardi di dollari all’anno, sia tra le regioni più colpite dalle fughe di capitali verso località offshore. Gabriel Zucman, Teresa Lavender Fagan e Thomas Piketty in “The Hidden Wealth of Nations”, stimano che il 44% della ricchezza finanziaria africana sia detenuto offshore: si tratta di 800 miliardi di euro. In termini percentuali una situazione più critica si registra solo nei Paesi del Golfo (58% della ricchezza detenuta offshore, corrispondente a 600 miliardi) e in Russia (54%, equivalente a 500 miliardi). Gli Stati africani che hanno già avviato lo scambio di informazioni sono cinque: Seychelles e Sud Africa, Ghana, Nigeria, e anche uno dei principali paradisi fiscali del mondo, definitosi per anni come la “Porta di ingresso in Africa”: le Mauritius. Lo scorso anno la piccola isola dell’Oceano indiano è stata protagonista della “Mauritius Leaks investigation” da parte dell’International Consortium of Investigative Journalism, che ha svelato il sofisticato sistema che ha permesso per anni a oligarchi africani e multinazionali occidentali di nascondere capitali ed eludere il pagamento delle tasse tramite decine di trattati fiscali bilaterali con altre nazioni. Pochi giorni fa il governo dello Zambia ha deciso di annullare il trattato stipulato con le Mauritius nel 2012.

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