Se nei post precedenti vi ho raccontato le prime 24 ore del ricovero, da questo post in poi entreremo nel vivo dell’intero ricovero più lungo del West in quel della nostra Cattoclinica preferita.

Benvenuti, quindi, a “Le avventure di Picc e Peg” – che non sono i protagonisti di un divertente cartone animato – ma i loschi individui che hanno caratterizzato il mio soggiorno all’ombra del crocefisso.

Siamo ad aprile e non vedo l’ora di cominciare la bella stagione: per chi non lo sapesse il francesino detesta con tutte le sue forze mentali il periodo freddo (l’unica nota lieta è che quando tremo provo l’ebbrezza di muovermi). Nel mese del dolce dormir, però, si susseguono episodi di febbre: decido così di chiamare il medico della Cattoclinica, il quale prontamente mi sottopone agli esami di routine e il responso è: una bella polmonite! Che poi non ho capito perché bella: a me pare più brutta che bella…

Riflessione a parte, pensai: “È proprio quello che ci vuole”, perché per i pochi eletti che, come me, girano armati di ventilatore, un’infezione ai polmoni è ‘na botta de vita. Per poi chiedere al dottore: “Ma non ho fatto il vaccino contro la polmonite?”, “Sì, ma era per il ceppo più diffuso”, risponde. Sempre fortunato io.

Quindi mi propone il ricovero, e che ricovero sia: amen! Ignaro di quello che mi attendeva e memore della grande polmonite del 2007 calcolai che nel giro di un mese sarei tornato libero, proprio ad un passo dall’estate: tuttavia non avevo fatto i conti con i famigerati individui di cui sopra.

Il mio soggiorno sulle ridenti colline lecchesi, infatti, comincia subito con tutte le ruote storte: esami del sangue pessimi, saturazione più disabile di me, difficoltà a deglutire, perdita di peso e i medici mi trovano deperito. Insomma quel che si dice un fiore appena sbocciato.

Si apre quindi la stagione delle flebo: l’inaugurazione tocca a quella per alimentarmi, una sacca contenente liquido biancastro versato col contagocce nelle mie vene. E quando dico con il contagocce non scherzo affatto: “Questa flebo dura 24 ore e dovrai farla per diversi giorni”, annuncia il dottore. Per la cronaca mi ha tenuto compagnia 48 giorni, tutto il giorno salvo quando toccava alle altre flebo: così da non schiacciarsi i piedi, ehm le vene, a vicenda.

Poi è toccato al potassio: “È un filino sotto il valore minimo di 3,4”, dichiara camice bianco, salvo poi scoprire che ‘filino’ era 2. In pratica c’è da mettersi le mani nei capelli e strapparseli, ma non potendomi muovere… a volte sono fortunato anch’io. È evidente, il medico non vuole farmi preoccupare, perché con il potassio basso il rischio è solamente un attacco cardiaco.

Per non parlare delle flebo antibiotiche: con loro al mio fianco per ben 62 giorni, passando dalle 3 alle 9 dosi al giorno, per un totale vicino alle 350. Inizialmente il contenuto di esse passava direttamente dalle vene del braccio, che però decidono ben presto di scioperare, creandomi per giunta dolori allucinanti: camice bianco intuisce che contro il sindacato venoso NSV (Non Siamo in Vena) nulla si può, allora opta per l’ingresso in campo della famosa Picc. Ve la presento: essa non è altro che un catetere venoso, ossia un tubicino che viene inserito nella vena del braccio, nel punto deputato al gesto dell’ombrello, per raggiungere una vena più grossa e di nome Cava (salutiamo tutti la vena).

Mi portano all’ospedale a cui fa capo la clinica, dove dell’intervento si occupano tre fanciulle, tra le quali Martina: occhi verdi, viso candido, capelli lisci castano chiaro, pelle soffice, carnagione bruna e… per fortuna il potassio è a posto, altrimenti arresto cardiaco garantito. Suo compito è assicurarsi che il paziente stia bene – nello specifico ero al settimo cielo, per giunta innamorato – e tenermi il braccio, sicché mi vedo costretto a conversare: “Cavolo, ci conosciamo da pochi minuti e siamo già mano nella mano”, e lei mi guarda divertita e ride. Ora non vi sto a descrivere quanto è incantevole quando ride, ma è bella da morire: potassio ora puoi scendere a picco.

Passa mezz’ora e purtroppo finisce tutto, compreso il nostro amore: “Martina e Nicolò oggi sposi” non campeggerà appeso a nessun ponte, ahimè.

(continua…)

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