Un filtro obbligatorio che blocca di default i contenuti inappropriati e riservati solo a un pubblico di età superiore agli anni diciotto. È questo il contenuto di un emendamento a prima firma del senatore della Lega Simone Pillon al disegno di legge di conversione del decreto-legge 28 del 2020, quello che proroga al 1° settembre 2020 il termine a partire dal quale la riforma della disciplina delle intercettazioni troverà applicazione.

La ratio alla base dell’art. 7-bis, rubricato “Disposizioni in materia di sistemi di protezione dei minori dai rischi del cyberspazio”, risiederebbe nella necessità di proteggere in maniera automatica e paternalistica i minori dalla fruizione di contenuti “inappropriati”, affidando agli operatori di telefonia, di reti televisive e di comunicazioni elettroniche il delicatissimo compito di stabilire cosa è “appropriato” per un pubblico adulto e cosa, di conseguenza, non lo è per i minori di età.

Appare immediatamente chiaro, dunque, che il rischio di una censura preventiva è altissimo, e altrettanto evidenti risultano essere i profili di incostituzionalità di una disposizione normativa del genere, peraltro già bocciata in altri ordinamenti democratici, come UK e Usa.

L’emendamento proposto, inoltre, finisce col delegare le responsabilità educative, finora affidate a genitori e insegnanti, agli operatori e gestori di piattaforme attraverso i quali è possibile accedere alla fruizione di contenuti on line. Il blocco, stando alla lettera dell’emendamento, sarebbe rimovibile solo su richiesta dell’utenza (titolare maggiorenne del contratto) ed è qui che risiede – tra l’altro – la debolezza tecnico-giuridica della procedura: non è chiaro, infatti, attraverso quale sistema di autenticazione si dovrà accertare l’età dell’utente, anche perché – è giusto ricordarlo – filtri del genere possono essere facilmente aggirati, proprio da utenti digitalmente “smaliziati”, come spesso sono i minori di 18 anni (molto abili – spesso più di genitori e insegnanti – a utilizzare la tecnologia, ma non educati a un uso corretto e consapevole della stessa, come del resto tanti adulti).

In ogni caso, strumenti di parental control sono presenti ormai da diversi anni sui dispositivi come le tv per le quali, tra l’altro, esistono già normative di settore a tutela dei minori e in realtà sono anche messi a disposizione da diversi operatori di comunicazione elettronica (provider e motori di ricerca). Tuttavia, molto spesso, i genitori non conoscono questi strumenti, non sanno come attivarli o lo fanno paradossalmente con l’assistenza dei figli minori.

Anche il ritardo del nostro Paese nei processi di digitalizzazione, come certificato di recente dall’indice DESI (Digital Economy and Society Index) che vede l’Italia al 26° posto nella graduatoria dei Paesi Ue, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria, dovrebbe spingere finalmente il legislatore a promuovere campagne di alfabetizzazione digitale dei cittadini, come previsto dall’art. 8 del Codice dell’Amministrazione Digitale (Cad).

Piuttosto, dunque, che intervenire con provvedimenti anacronistici e sostanzialmente inutili, che mirano soltanto a limitare la libertà di autodeterminazione dei singoli, visti come gregge da governare e non come cittadini consapevoli che partecipano alla vita democratica del Paese, il nostro Legislatore dovrebbe occuparsi di promuovere efficaci iniziative educative sull’uso del digitale e del web, per minori e adulti, finalizzati alla gestione consapevole e corretta di contenuti e di servizi fruibili in modalità digitale.

Come troppo spesso accade ultimamente nel nostro Paese, anche questa disposizione risponde a logiche di consenso e si fonda su un giudizio aprioristico, che mortifica il principio di uguaglianza e denota scarsa cultura giuridica e digitale.

Con effetti paradossali. Se, da un lato, infatti, il Legislatore vorrebbe assumere un atteggiamento paternalistico, imponendo di default meccanismi obbligatori che “filtrino” i contenuti non ritenuti appropriati, per “tutelare” gli inconsapevoli cittadini che – evidentemente – non sono ritenuti in grado di valutare autonomamente l’appropriatezza di un contenuto per un minore, dall’altro lato lo stesso Legislatore punta tutto sul senso di responsabilità degli stessi cittadini, delegando a questi la scelta di dotarsi o meno di Immuni, la controversa app di contact tracing adottata al dichiarato fine di tutelare addirittura la salute pubblica…e non semplicemente di evitare la visione di contenuti ritenuti “hot” sulla scorta di valutazioni perbeniste e puritane.

Su una cosa, però, questo storytelling sul digitale appare purtroppo trovare un “minimo comun denominatore”: inutilità e pericolosità delle iniziative adottate.

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