Cambiano le linee guida dell’Oms: per uscire dall’autoisolamento, qualora si fosse risultati positivi e al di là della gravità dell’infezione, non serve più un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore, oltre alla guarigione clinica. Bastano soltanto 3 giorni senza sintomi. Chi è sintomatico deve quindi rimanere a casa per almeno 10 giorni dal test positivo ai quali si aggiungono tre giorni senza sintomi febbrili o respiratori, mentre gli asintomatici basta che rimangano isolati per dieci giorni. La quarantena, dunque, dipende dalla durata dei sintomi. Se una persona ha sintomi per 14 giorni, spiega il Corriere della Sera, resterà in casa per 14 giorni + 3, se invece ha sintomi per 30 giorni allora potrà uscire di casa dopo 30 giorni + 3. “I criteri aggiornati – specifica l’Oms – riflettono i recenti risultati secondo cui i pazienti i cui sintomi si sono risolti possono ancora risultare positivi per il virus SarsCoV2 mediante tampone RT-PCR per molte settimane. Nonostante questo risultato positivo del test, è improbabile che siano infettivi e pertanto che siano in grado di trasmettere il virus a un’altra persona”. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, in una lettera al Comitato Tecnico Scientifico (Cts) chiede di approfondire le nuove linee guida perché potrebbero incidere sulle disposizioni in vigore in Italia, “fermo restando – aggiunge – il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora”.

Il cambiamento dei criteri dell’Organizzazione mondiale della Sanità – aggiornati al 27 maggio – sollevano perplessità circa i casi di persone che, ad esempio, dopo due tamponi negativi ne registrano uno positivo o di persone che a uno o due mesi dall’inizio dell’infezione non si sono ancora negativizzate. “Questi esami li stiamo inviando a laboratori specializzati per capire se si tratta di un residuo di Rna non vitale”, spiega al Corriere l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco.

Marcello Tirani, epidemiologo della direzione Welfare della Regione Lombardia aggiunge inoltre che i dati di questi giorni “certificano che di media un tampone su due oggi risulta debolmente positivo“, cioè con bassa carica virale. “Restiamo prudenti per non trasmettere messaggi che potrebbero suonare come un liberi tutti ed essere fraintesi – ha spiegato al Corriere -. Non possiamo dire con certezza che non lo siano in termini assoluti, ma in gran parte sì”, ha detto spiegando se è d’accordo con chi considera queste persone non più contagiose. “Resta un problema di fondo: difficile fare un confronto scientifico tra i casi dell’inizio e di oggi – prosegue -. Se a marzo si facevano 100 tamponi al quinto giorno della persona malata, adesso in molti casi se ne fanno altrettanti al 40esimo giorno: la carica virale è scesa di parecchio”. Inoltre “il tampone cerca pezzettini di Rna del virus. Ora spesso trova un virus morto. Questo lo sappiamo per test che abbiamo fatto a Pavia, seminandolo su terreno di cultura per vedere se cresce. La gran parte di questi non cresce. Quello che il tampone rileva in molti casi è materiale abortivo del virus”.

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