Era stata prima stordita con un sampietrino da tre ragazze, all’epoca minorenni, che poi l’hanno massacrata a coltellate. E nei suoi ultimi attimi di vita, suor Maria Laura Mainetti, all’anagrafe Teresina Elsa Mainetti, chiedeva perdono per le tre giovani mentre ancora la stavano colpendo. Ora Papa Francesco ha deciso che la religiosa, assassinata a Chiavenna (Sondrio) il 6 giugno 2000 durante un rito satanico, sarà beata, in quanto uccisa “in odio alla fede”.

Agli investigatori le tre ragazze – una di 16, le altre due di 17 anni – dissero di averlo fatto nel nome di Satana, e molto tempo dopo una di loro in un’intervista spiegò che il delitto dell’educatrice 61enne delle Figlie della Croce, fu deciso per noia davanti a una birra nel bar del paese. Sono passati 20 anni ma l’omicidio ha lasciato una traccia profonda nella coscienza collettiva. Per suor Maria Laura, che la comunità della Valchiavenna ricorda per la sua bontà e carità, il Vaticano aveva avviato nel 2005 il processo di beatificazione e col riconoscimento del martirio si apre definitivamente la strada all’onore degli altari.

L’omicidio – Madre superiora dell’Istituto dell’Immacolata di Chiavenna, suor Maria Laura era nata a Colico, nel lecchese. Veronica Pietrobelli, Ambra Gianasso, e Milena De Giambattista, le tre amiche della cittadina al confine con la Svizzera, misero in atto il loro piano usando un pretesto. Veronica, la più giovane, telefonò al convento dando un nome falso: raccontò di essere rimasta incinta dopo uno stupro e disse di aver bisogno di aiuto perché voleva abortire. La suora accorse nel luogo dell’appuntamento, in vicolo Poiatego, e lì cadde nell’agguato. Oggi quel vicolo, dove una lapide con una sua immagine la ricorda, è meta di numerosi pellegrinaggi.

Tre settimane dopo le tre ragazze furono arrestate: ai carabinieri di Sondrio, guidati all’epoca dal tenente colonnello Luigi Verde e coordinati dall’ allora procuratore Gianfranco Avella, confessarono l’omicidio: 19 coltellate inferte alla suora che alla loro ferocia rispondeva con il perdono.

Oggi tre le ragazze sono da tempo libere e di loro, in Valchiavenna, si sono perse le tracce. Hanno scontato la metà della pena, come Veronica condannata a 8 anni, uscita dal carcere nel 2004 insieme a Milena, quest’ultima però per qualche tempo ha proseguito un cammino di recupero intrapreso in una comunità nel Veneto, anche quando per legge avrebbe potuto andarsene. Serviva ai tavoli come cameriera e ha sempre detto che il suo sogno era lavorare nel mondo della ristorazione. Da 10 anni ha lasciato la comunità. Ambra, considerata all’epoca la mente del gruppo e del delitto, venne condannata a 12 anni e quattro mesi di reclusione. Dopo alcuni anni di carcere è passata al regime di semilibertà. Nel frattempo ha proseguito gli studi e si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Quindi è tornata in libertà anche lei.

Veronica (riconosciuta parzialmente incapace di intendere e volere), che nella telefonata in convento si era finta incinta, a distanza di otto anni dal delitto aspettava davvero un figlio dal fidanzato con cui viveva da tempo a Roma, a oltre 700 chilometri da Chiavenna. La ragazza, che faceva la commessa, in una intervista a Panorama settimanale confessò: “Si decise di uccidere a 16 anni stando sedute sei ore davanti a una birra in un piccolo bar di paese. Tutto quello che dicevamo, pensavamo e facevamo era senza valore”. Poi, chiedendo di essere dimenticata per sempre, aggiunse: “Il carcere, gli psicologi e la comunità di recupero mi hanno permesso di diventare a persona che altrimenti non sarei mai stata”.

“Alcuni anni fa – ha raccontato anni or sono Amedeo Mainetti, fratello della suora uccisa – fui contattato dal padre di Veronica il quale mi confidò che la giovane stava facendo significativi progressi nel suo percorso di redenzione. L’ultimo incontro c’è stato nel 2007, a Chiavenna, quando Veronica tornò col padre per il funerale della madre. Feci le condoglianze a entrambi. Da quel giorno non li ho più né visti, né sentiti”.

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