Tra i temi più dibattuti in quella vasta costellazione di pensiero che va sotto l’etichetta di postcolonialismo risalta la questione della ‘voce’ del subalterno. In particolare, se ne sono occupati gli autori della scuola di storici e storiografi bengalesi dei Subaltern studies. Il programma scientifico di questi studiosi era di far emergere dall’archivio coloniale il punto di vista dei dominati, la loro ‘voce’, per l’appunto. Quella voce che i discorsi coloniali avevano silenziato, facendo un esercizio di ventriloquio, parlando al posto dei dominati, a nome loro.

Il capostipite degli studi sulla subalternità, Ranajit Guha, distingueva, nel proporre l’analisi delle fonti storiografiche, fra tre tipi di discorso (primario, secondario, terziario) in cui “ognuno si differenzia dagli altri due per il grado di identificazione […] con il punto di vista ufficiale”. Ma quello che ci interessa è il discorso terziario, in special modo quello di sinistra: esso è apparentemente a favore dei ribelli, ma in realtà opera a sua volta un’esclusione.

Scrive ancora Guha: “come accade per la storiografia colonialista, equivale a un atto di appropriazione che esclude il ribelle in quanto soggetto consapevole della propria storia. […] Il ribelle non può che essere rimpiazzato dall’astrazione chiamata Operai-e-Contadini, un ideale anziché la personalità storica degli insorti”.

Come è noto, questo programma fu aspramente criticato di Gayatri Spivak, bengalese, professoressa presso la Columbia di New York, prima traduttrice della Grammatologia di Jacques Derrida in inglese. Nel suo celebre saggio Can the subaltern speak?, Spivak sosteneva che i subalterni non possono parlare perché essi sono invischiati in una nebbia fitta (e la donna colonizzata è iscritta in una nebbia ancora più fitta: quella del dominio patriarcale autoctono e quella del dominio patriarcale coloniale), in quella violenza epistemica che mola delle lenti deformanti che dominanti e dominati indossano per guardare la realtà. In altri termini, dominanti e subalterni vedono le cose alla stessa maniera.

È il caso degli schiavi grati al padrone, o delle donne che rimangono coi loro mariti nonostante esse siano vittime di violenza. Ma davvero i subalterni non possono parlare?

Qualche anno dopo, Robert J.C. Young scrisse che in verità non sono i subalterni a non poter parlare, ma i dominanti e le élite a non avere nessuna intenzione di ascoltarli. In qualche misura, questa posizione non è diametralmente in contrasto con quella di Spivak. L’autrice bengalese, infatti, aveva detto che gli intellettuali occidentali di sinistra, nel parlare a nome dei subalterni, in verità parlavano di se stessi in controluce, sovrapponendo alla rappresentanza politica una rappresentazione estetica, un racconto.

Potrei andare avanti, ma conviene fermarsi per chiedersi: perché racconto tutto questo? Perché nella vicenda di Montanelli ciò che mi ha colpito è la totale assenza di ogni ricerca della voce del subalterno, della vittima. La ragazzina ‘sposata’ da Montanelli si chiamava Destà, ma a fatica il nome è venuto fuori. Edward Said diceva di Camus che gli arabi dei suoi romanzi non erano mai nominati, sembravano non avere una storia. La storia coloniale è la storia del ventriloquio, dell’elisione, della cancellazione dell’altro. Anche nel discorso progressista.

Dunque vorrei proporre questa lettura laterale, che prima di prendere posizione sulla opportunità di tenere ancora quella statua nel posto dov’è, si chieda se a qualcuno è interessato ascoltare, negli anni, la voce di Destà, cercare le tracce del suo passaggio, quelle della sua famiglia, di suo figlio, che Montanelli ricordava essersi chiamato ‘Indro’.

L’unico dibattito a cui ho assistito è invece quello tra maschi bianchi e donne bianche sulla statua di Montanelli, e se i maschi europei potessero parlare di quella vicenda o se di essa dovessero parlare solo le donne (anch’esse europee). A nessuno, nel campo progressista, men che meno in quello femminista di sinistra, è venuto in mente di ‘ascoltare’, di provare a vedere se da qualche parte esistesse una ‘voce’ di Destà o dei suoi eredi.

Laddove, evidentemente, Destà è la sineddoche di un discorso che, pur animato delle migliori intenzioni, continua a pensare l’altro subalterno come incapace di rappresentarsi: egli – come diceva criticamente Althusser commentando un passo del 18 Brumaio di Marx dedicato ai contadini – deve essere rappresentato, non si può rappresentare perché è un sacco di patate. Se le vittime non possono parlare, è perché a nessuno interessa ascoltarle.

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