Il sindaco di Milano Beppe Sala risponde alla lettera-appello de I Sentinelli bocciando l’idea di rimuovere la statua di Indro Montanelli dai giardini di Porta Venezia. “Non sono favorevole”, è stata la risposta del primo cittadino milanese in un’intervista a Il Giorno nella quale ha parlato anche del suo futuro politico e di quello della città, dicendosi preoccupato per la disoccupazione che tenderà ad aumentare nei prossimi mesi. Riguardo la richiesta di rimuovere la statua di Montanelli, già bocciata dal capogruppo del Pd e dal centrodestra, il sindaco ha spiegato di non essere favorevole, aggiungendo: “Penso che in tutte le nostre vite ci siano errori. E quello di Montanelli lo è stato. Ma Milano riconosce le sue qualità, che sono indiscutibili”. Una chiusura netta all’ipotesi anche solo di una discussione sul tema. I Sentinelli, in scia all’iniziativa di Bristol, dove i manifestanti per la morte di George Floyd avevano abbattuto la statua di Edward Colston, simbolo del colonialismo britannico, avevano chiesto di togliere quella del giornalista perché, a loro dire, “fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale” (la citazione non è letterale, Montanelli non usò mai l’espressione “schiava sessuale”, qui un articolo sul Corriere in cui ricostruiva quella vicenda, ndr).

Sul caso interviene anche il ministro Luigi Di Maio. A distanza di oltre 40 anni dall’agguato ad Indro Montanelli, nessuno può “arrogarsi il diritto di rimuovere la statua” che ricorda quel momento, “di cancellare la memoria di quell’agguato. Un agguato contro un uomo e contro la libertà che quell’uomo stesso, con grande dignità, ha sempre rappresentato. Mi auguro che il Comune di Milano quella libertà voglia difenderla – scrive il ministro degli Esteri in un post su Facebook -. Il 2 giugno 1977, più di quarant’anni fa, Indro Montanelli prese a camminare lungo la cancellata dei giardini pubblici di Milano. Gli si avvicinarono due giovani. Uno dei due estrasse dal giubbotto una pistola con silenziatore e sparò otto colpi. Quattro proiettili andarono a segno: tre attraversarono la coscia destra e l’altro trapassò un gluteo e si fermò contro il femore sinistro. Montanelli non cadde subito. Il suo pensiero, anche in quegli istanti, fu quello di restare in piedi, aggrappandosi a un’inferriata che aveva accanto. In piedi, con la schiena dritta, com’è sempre stato. Era stato colpito il più grande giornalista italiano di allora, oggetto in quel periodo di una campagna d’odio senza precedenti. Le Brigate Rosse rivendicarono l’attacco. Oggi – prosegue il ministro – in quegli stessi giardini pubblici di Milano, c‘è una statua che ricorda quel momento. Ritrae Montanelli con la sua Lettera 22 sulle ginocchia. E in passato, è vero, lui stesso criticò quell’opera, sostenendo che ‘i monumenti sono fatti per essere abbattuti’. Idee e valori di un giornalista attento e scrupoloso, ma soprattutto di un uomo libero. Anche questo era uno dei tratti che lo distingueva da tutti gli altri. Montanelli vantava un’onesta intellettuale che gli permetteva di soprassedere alle logiche dei personalismi e della vanità. Lavorava per raccontare i fatti. Scriveva per la verità. Non aveva bisogno di elogi, né di onorificenze. A distanza di oltre 40 anni, però, questo non significa che qualcuno possa arrogarsi il diritto di rimuovere quella statua, di cancellare la memoria di quell’agguato. Un agguato contro un uomo e contro la libertà che quell’uomo stesso, con grande dignità, ha sempre rappresentato”. “Mi auguro – conclude quindi Di Maio – che il Comune di Milano quella libertà voglia difenderla. Pensiamo al futuro, costruiamo nel presente. Prendiamo lezione dal passato e guardiamo avanti, con fiducia e determinazione. L’Italia è anche questo e dobbiamo esserne orgogliosi”.

Intanto la Fondazione Montanelli Bassi di Fucecchio (Firenze) ha scritto a Sala una lettera in cui si ritiene “che anche il solo ipotizzare la rimozione della statua di Indro Montanelli sarebbe un’offesa alla memoria del più popolare e apprezzato giornalista italiano del Novecento“. La missiva è firmata dal presidente della Fondazione, Alberto Malvolti. “Le testimonianze lasciate da Montanelli e il contesto storico in cui quei fatti avvennero – prosegue Malvolti – dimostrano che non ci fu alcuna violenza né tanto meno ci furono atteggiamenti razzisti da parte di Indro, che accettò quel “matrimonio” proposto dalla popolazione locale e celebrato pubblicamente secondo gli usi e i costumi abissini”. Secondo la Fondazione Montanelli Bassi, nella lettera che il presidente Alberto Malvolti ha scritto al sindaco di Milano Giuseppe Sala, non è “la prima volta che, con una visione distorta della storia e alla luce di un singolo avvenimento, si accusa un uomo che attraverso decine di libri e decine di migliaia di articoli, ha speso una lunga esistenza a raccontare vicende, costumi, personaggi dell’Italia e del mondo divenendo un modello di scrittura giornalistica universalmente riconosciuto. Un uomo che con i suoi scritti è stato il testimone del ventesimo secolo e si è battuto sempre per la libertà e l’indipendenza della propria professione è ora preso a bersaglio per una vicenda della sua giovinezza, deformata e strumentalizzata ingiustamente”.

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