La temperatura cresce nel nostro Paese più che in altre parti del mondo (+1,71° nel 2018 contro +0,98° globale), lontana dagli obiettivi Ue è la salute dei nostri fiumi e laghi, mentre il Bacino padano è una delle aree europee dove l’inquinamento atmosferico è più rilevante. Quest’anno la fotografia scattata dall’Annuario dei dati ambientali 2019 dell’Ispra, si confronta con i recenti trend europei elaborati dall’Agenzia europea dell’ambiente e illustrati lo scorso dicembre a Bruxelles nel ‘SOER 2020 – State of the Environment Report’. A questi report, si aggiunge un altro documento, il Rapporto Ambiente di Sistema, che propone alcuni focus regionali. I dati sono stati presentati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli e dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Se dalla contrazione forzata delle attività economiche dovuta al Covid-19 è derivato un miglioramento delle condizioni ambientali, ma con un costo sociale altissimo, la sfida oggi è far sì che tali condizioni non siano transitorie, ma socialmente sostenibili. Cittadini per l’aria sottolinea come la riduzione delle concentrazioni di inquinanti atmosferici determinata dal lockdown seguito alla pandemia ha, nei fatti, salvato 11mila vite in Europa “1.490 soltanto in Italia” spiega a ilfattoquotidiano.it Anna Gerometta, presidente della onlus, come evidenziato da un recente studio del Centro di ricerca per l’energia e l’aria pulita. Un nuovo impulso dalla Commissione europea dovrebbe arrivare attraverso lo European Green Deal. Tre le priorità politiche ambientali indicate dall’Ue ci sono la tutela dei cittadini da rischi per la salute, la conservazione del capitale naturale e la trasformazione l’Unione in un’economia a basse emissioni di carbonio.

IL CLIMA IN EUROPA E IN ITALIA – Il bilancio del 2020 su inquinamento, salute e benessere dei cittadini è negativo. Per la qualità dell’aria sono stati superati, in diverse aree dell’Europa, valori limite e obiettivi previsti per materiale particolato, biossido di azoto, ozono troposferico e benzo(a)pirene. L’accelerazione dei cambiamenti climatici porterà probabilmente a un aumento dei rischi anche in Europa. Gli impatti possono derivare da ondate di caldo, incendi boschivi, inondazioni e alterazioni nella larga diffusione di malattie infettive. In questo contesto, la temperatura cresce nel nostro Paese più che in altre parti del mondo. È stato calcolato un aumento della temperatura media pari a circa 0,38 °C ogni dieci anni nel periodo 1981-2018. Così l’Italia si allontana dagli obiettivi di contrasto dei cambiamenti climatici. Nuovo picco anche per la temperatura dei mari italiani nel 2018 (+1,08°C), il secondo dopo il 2015, rispetto al periodo 1961-1990.

L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO – La situazione rimane preoccupante per gli inquinanti atmosferici. Il Bacino padano è una delle aree europee dove l’inquinamento è più rilevante. Guardando ai dati del 2019, il valore limite giornaliero del PM10 è stato superato nel 21% delle stazioni di monitoraggio (50 microgrammi per metro cubo, da non superare più di 35 volte l’anno). Rispettati, invece, i limiti per i PM2,5 nella maggior parte delle stazioni di rilevamento. Uno degli effetti del lockdown è stata la riduzione del biossido di azoto tra il 40 e 50% nelle regioni del Nord e nella Pianura Padana. “In Lombardia – spiega la onlus Cittadini per l’Aria – il lockdown ha determinato una diminuzione di almeno il 45% dell’NO2, come dimostrato dai ricercatori del centro aerospaziale tedesco (DLR) che, incrociando i dati delle stazioni di monitoraggio degli inquinanti al suolo, quelli del satellite europeo Sentinel 5P e tenendo in considerazione i dati meteorologici, hanno evidenziato il legame tra il crollo dell’NO2 e la riduzione delle attività umane, in particolare il crollo del traffico”.

CITTADINI PER L’ARIA: “NON SI PUNTA SUGLI INVESTIMENTI GIUSTI” – Secondo Anna Gerometta i dati dell’Annuario dimostrano ancora una volta che poco si sta facendo. “I nostri amministratori – dice a ilfattoquotidiano.it – non hanno a fuoco il problema della qualità dell’aria e, invece di puntare su trasporto pubblico e, come hanno fatto in altri Paesi europei, decine di chilometri di piste ciclabili, incentivano i cittadini a cambiare automobile. Accade anche a Milano con il piano di incentivi varato dal Comune (i contributi arrivano a 6 mila euro per l’acquisto di un’auto ibrida, a 9.600 per una full electric, ndr), che va nella direzione opposta a quella seguita dagli altri Paesi europei”. Nel frattempo, la onlus cita l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, secondo cui il 7% della popolazione europea è esposta a concentrazioni di biossido di azoto oltre i limiti legali: “Purtroppo gran parte di questa quota di cittadini europei vive nel nostro Paese, spesso in Pianura padana e in altre città italiane come Roma e Napoli”. Di fatto, l’Italia, con le sue 14.600 morti premature l’anno, è il primo paese europeo per decessi causati dall’NO2. Altro tema è quello delle sostanze chimiche: l’Italia è il terzo produttore europeo, dopo Germania e Francia, con più di 2.800 imprese attive e 110mila addetti. A preoccupare sono soprattutto i pesticidi: nelle acque superficiali il 24,4% dei punti monitorati mostra concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale, il 6% nelle acque sotterranee.

UN’ECONOMIA A BASSE EMISSIONI DI CARBONIO, EFFICIENTE, VERDE E COMPETITIVA – Per trasformare l’Unione in un’economia a basse emissioni di carbonio, occorre raggiungere entro il 2020 gli obiettivi sul clima e l’energia con la riduzione entro il 2050 delle emissioni dei gas serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990. Cosa accade in Italia? Diminuiscono del 17,2% le emissioni di gas serra nel medio periodo (1990-2018). Nel primo trimestre di quest’anno, si stima per il 2020 una riduzione, a causa del lockdown, dei gas serra del 5,5% a fronte di una variazione congiunturale del Pil pari a -4,7 %. Nel 2018 la diminuzione era stata dello 0,9%, rispetto all’anno precedente e per il 2019 la tendenza è di una riduzione del 2% rispetto al 2018. Rispetto all’Europa, l’Italia cresce molto di più nell’uso circolare dei materiali: è il terzo Paese per la cosiddetta ‘produttività delle risorse’, indice che descrive il rapporto tra il Pil e la quantità di materiali utilizzati dal sistema socio-economico (CMI – consumo di materiale interno). Per i rifiuti urbani si stima per il 2019 una produzione pari a quella del 2018, mentre gli scenari al 2020 individuano un calo in linea con la diminuzione del Pil pari al 4,7%. In Italia, la quota di energia da fonti rinnovabili è pari al 18,3% rispetto al consumo finale lordo, valore superiore all’obiettivo del 17% da raggiungere entro il 2020. Prossimo obiettivo da raggiungere è i 32% entro il 2030.

IL CAPITALE NATURALE DA CONSERVARE – Altra nota dolente: in base alle elaborazioni del SOER 2020, solo due dei 14 indicatori utilizzati per monitorare il ‘capitale naturale’ (l’insieme delle risorse naturali essenziali per lo sviluppo del Paese, in termini economici e sociali) mostrano andamenti positivi per l’Europa. Solo le aree protette sono in buono stato, sia terrestri che marine, mentre va male la tutela della flora, fauna, degli ecosistemi e del suolo. Con le sue 60mila specie animali e 12mila vegetali, l’Italia è uno dei Paesi europei più ricchi di biodiversità in Europa e con livelli elevatissimi di endemismo (cioè di specie esclusive del nostro territorio). Quanto allo stato di salute della fauna, tra i vertebrati sono i pesci d’acqua dolce quelli più minacciati (48%), seguiti dagli anfibi (36%) e dai mammiferi (23%). Tra le piante più tutelate dalle norme Ue, il 42% è a rischio: le minacce più gravi sono rappresentate dal costante aumento delle specie esotiche introdotte in Italia (più di 3300 nell’ultimo secolo) da degrado, inquinamento e frammentazione del territorio. Neanche la metà dei nostri 7.493 fiumi raggiunge uno ‘stato ecologico buono o elevato’ (43%), ancora più grave la situazione dei laghi (solo il 20%). Va meglio la situazione se si analizza lo stato chimico: è buono per il 75% dei fiumi (anche se il 18% non è ancora classificato) e per il 48% dei laghi.

CONSUMO DI SUOLO E RISCHIO IDROGEOLOGICO – C’è anche il consumo di suolo a gravare sulla perdita di biodiversità: sono ormai persi 23mila chilometri quadrati, con una velocità di trasformazione di quasi due metri quadrati al secondo tra il 2017 e il 2018. “Sebbene il fenomeno mostrasse segnali di rallentamento probabilmente a causa della congiuntura economica – scrive l’Ispra – dal 2018 il consumo di suolo ha ripreso a crescere. Non solo: nel 2018 è stato sottratto anche il 2% delle aree protette. Questo accade in un territorio fortemente esposto al dissesto idrogeologico: la popolazione a rischio frane che risiede in aree a ‘pericolosità elevata e molto elevata’ ammonta a 1.281.970 abitanti, pari al 2,2% del totale.

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