Nell’Antico Testamento c’è un passaggio nel Libro del Siracide che recita così: “Informati, prima di criticare, e rifletti bene, prima di far rimproveri. Prima di rispondere, ascolta attentamente, e non interrompere chi sta parlando”. È un insegnamento di vita che aderisce allo stile di Walter Tobagi, giovane e brillante giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 sotto casa, a Milano, dalla Brigata XXVIII marzo, un commando terroristico di estrema sinistra che si richiama alle Brigate rosse.

Tobagi, figlio di un ferroviere socialista, nella sua vita ha bruciato le tappe. A 21 anni è studente lavoratore e comincia a scrivere per l’Avanti!, quindi passa all’Avvenire (due testate che ne riflettono l’orientamento di socialista cattolico), poi al Corriere d’Informazione fino al Corriere della Sera, nel 1972, ad appena 25 anni. Arriva nel più importante quotidiano italiano avendo già scritto un libro, Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Si laurea con una tesi in Storia contemporanea sul sindacato nel dopoguerra, acquisendo competenze che gli valgono anche una cattedra in Storia contemporanea all’Università di Milano.

Ripercorrendo i tratti della sua vita professionale, si trae l’impressione che i sette libri che ha scritto gli siano serviti come modus operandi per la sua attività giornalistica: sempre documentato, mai sopra tono, animato dall’intento di trasmettere conoscenze più che opinioni. Dal suo studio sul sindacato parte anche il suo impegno nell’associazione di categoria, che lo porta a diventare presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti.

Non vuole un sindacato figlio di interessi partitici, denuncia l’impoverimento e la precarizzazione della categoria (il giornalista povero non è libero), valuta positivamente una formazione universitaria del giornalista, intravede le possibili insidie della tecnologia e guarda con naturale sospetto alle concentrazioni di poteri e di testate.

Dalla seconda metà degli anni Settanta i giornalisti sono un obiettivo privilegiato del terrorismo rosso. Vanno ricordate le intimidazioni, i numerosi ferimenti e l’uccisione di Carlo Casalegno, firma di punta de La Stampa. A questo proposito scrive Tobagi in una relazione del 1978: “Possiamo annoverare i terroristi tra quelli che si propongono di far tacere, o almeno intimorire, la stampa. Sarebbe sciocco ignorare questa realtà, ma non possiamo nemmeno farci impaurire. Dev’essere chiaro che i giornalisti non vanno in cerca di medaglie, non ambiscono alla qualifica di eroi; però non accettano avvertimenti mafiosi”.

Il gruppo terroristico che lo uccide tre settimane prima aveva sparato alle gambe al giornalista de La Repubblica Guido Passalacqua. La Brigata XXVIII marzo aveva assunto questo nome, nel 1980, dal giorno dell’irruzione nel covo di via Fracchia a Genova degli uomini del Nucleo speciale antiterrorismo. L’azione portò alla morte di quattro brigatisti (fra cui due donne), ma la versione ufficiale dei carabinieri – un conflitto a fuoco in risposta al ferimento di un sottoufficiale dell’Arma – non fugò il sospetto di una reazione eccessiva da parte degli agenti.

Su quest’episodio, Tobagi riesce a non farsi trasportare dagli umori vendicativi che serpeggiano fra la gente del posto e scrive: “È come se perfino un sentimento di pietà non possa più trovar spazio; ed è la conseguenza più avvilente di quella strategia perversa che ha voluto puntare sulla lotta armata”.

Walter Tobagi era diventato un esperto di terrorismo, ne aveva anche analizzato le forme di evoluzione della clandestinità. Il 20 aprile 1980 scrisse uno dei suoi articoli più noti sui terroristi, intitolato Non sono samurai invincibili, chiudendo il pezzo con queste parole: “L’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato”.

Era un’analisi esatta. Sapeva di essere nel mirino dei terroristi e convisse nei suoi ultimi mesi con un dignitoso sentimento di paura, senza arretrare, continuando a lavorare con la sua passione e la sua intelligenza, continuando anche a credere, dopotutto, in un futuro migliore.

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