Troppe stranezze, reticenze, carte false, bugie. Trentotto anni dopo, il mistero dell’uccisione di Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, da parte del gruppo terroristico Brigata 28 Marzo, nasconde verità inconfessabili sui veri mandanti e sulle omissioni che avrebbero potuto salvare la vita dell’inviato del giornale di via Solferino. Ne è convinto Antonello De Stefano, scrittore e scenografo, fratello di Manfredi, uno dei componenti del gruppo di fuoco, morto apparentemente per un aneurisma nel carcere di Udine il 6 aprile 1984, dopo che nel novembre 1983 era stato condannato in primo grado a 28 anni e 8 mesi di carcere nel processo “Rosso/Tobagi”. Era in attesa dell’appello, occasione in cui era intenzionato a rilasciare dichiarazioni che avrebbero confermato come i carabinieri fossero stati informati almeno sei mesi prima da un infiltrato dell’esistenza di un piano per colpire o forse rapire Tobagi.

“Mio fratello non è morto per un aneurisma e qualche inquirente ha falsificato le carte. Adesso è venuto il momento che qualcuno ci dica cosa è avvenuto nel carcere di Udine e quale relazione c’è tra la morte di Manfredi e le verità nascoste del processo Tobagi” spiega Antonello De Stefano a ilfattoquotidiano.it, prendendo lo spunto dalle rivelazioni (risalenti al 2009) di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista. È una storia lunga e complicata, che negli anni Ottanta vide l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi (che era amico di Tobagi) denunciare l’esistenza di un rapporto scomparso che annunciava il progetto contro Tobagi (poi messo in atto il 28 maggio 1980 con 5 colpi di pistola in una strada di Milano). Craxi aveva adombrato complicità in ambienti giornalistici milanesi nella scelta dell’obiettivo e puntato il dito contro la gestione dei pentiti, in particolare di Marco Barbone che denunciò i complici e se la cavò con una condanna a 8 anni e 9 mesi (assieme a Paolo Morandini), tornando in libertà quasi subito.

“Ho aspettato così a lungo a prendere un’iniziativa ufficiale sulla morte di mio fratello, perché ho voluto studiare i 138 faldoni del processo e leggere i 220 mila documenti che essi contengono. Manfredi venne picchiato nel carcere di San Vittore e salvato dalle guardie. Poi fu trasferito a Udine. Ed è all’amministrazione penitenziaria che mi sono rivolto”. Pochi giorni fa De Stefano ha scritto a Francesco Basentini, capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, nonché per conoscenza al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ai ministri della Giustizia, della Difesa e degli Interni. “Mi trovo nella condizione di richiederle le cartelle cliniche del detenuto Manfredi De Stefano, mio fratello, a far data dal 3 ottobre 1980 e fino al 6 aprile 1984, data della sua morte”. La motivazione? “La mia richiesta nasce dalle dichiarazioni dell’allora magistrato Giorgio Caimmi (al tempo giudice istruttore nel processo Rosso/Tobagi) rilasciate a Benedetta Tobagi in merito alle dinamiche che condussero mio fratello alla morte. La figlia di Walter Tobagi rivela che l’allora giudice istruttore le avrebbe confidato che non era vero che Manfredi fosse morto a causa di un aneurisma”.

Cosa scrisse la Tobagi nel 2009? “… poco tempo fa ho scoperto da un giudice istruttore che me lo ha detto con una freddezza impressionante: ‘No, noi avevamo cambiato la scheda, si è impiccato, me lo ricordo benissimo. Era fragile, aveva certe mani lunghe, nervose, da pianista’”. Aggiunge De Stefano. “Queste dichiarazioni, alle quali la Tobagi mette il virgolettato, non sono mai state smentite dal dottor Caimmi, nonostante le sollecitazioni a farlo”.

La morte di Manfredi De Stefano potrebbe diventare il grimaldello per riaprire un capitolo oscuro della storia italiana. “Questo mio è il primo passo ufficiale che ha per finalità la richiesta alle autorità competenti di attivare un’indagine sulla morte di mio fratello in stretta dipendenza, essa, rispetto alle anomalie processuali palesate a suo tempo” scrive Antonello De Stefano. “Una concatenazione di eventi, di studi, di testimonianze, di rivelazioni, porta a ritenere che il processo Rosso/Tobagi abbia configurato uno scenario di superficiali valutazioni o peggio di errori, o peggio, di dolose manipolazioni e manomissioni. Mio fratello si era venuto a trovare al centro di una delle indicibilità della nostra storia repubblicana. Avrebbe dovuto riferire fatti che avrebbero potuto scardinare l’impianto generale di un processo che aveva operato una scelta di applicazione della Legge sui pentiti, che ebbe come conseguenze pronte libertà inspiegabili e immeritate, a fronte di pressioni generalizzate e di spinte alla sottoscrizione di materiale testimoniale”. Il riferimento è a Marco Barbone e agli altri dissociati che se la cavarono a buon mercato, senza però chiarire se e quali suggeritori avessero avuto nella scelta di uccidere Tobagi.

“Si trattava di occultare le manovre per omettere i lavori di raccolta delle ‘informative’ che vedevano Walter Tobagi a rischio di vita. Mio fratello è figura centrale di questa configurazione! E allora ‘Ippo’ (il suo nome di battaglia, ndr) al cimitero di Mercurago come le informative “smarrite” redatte dal sottufficiale dei carabinieri in forza al Nucleo Antiterrorismo di Milano, Dario Covolo che raccoglieva le informazioni dell’infiltrato Rocco Ricciardi?”. Era quella la fonte del rapporto che Craxì tirò fuori, alimentando all’epoca una feroce polemica con la magistratura milanese, che rispose a colpi di querele contro i giornalisti che adombrarono una discutibile gestione dei pentiti. “Non dimentichiamo – dichiara Antonello De Stefano a ilfattoquotidiano.it – i sospetti su ispiratori interni al mondo giornalistico o editoriale milanese nel delitto Tobagi. E non dimentichiamo il ruolo della P2 in quegli anni al Corriere della Sera. E non dimentichiamo che la fidanzata di Barbone, Caterina Rosenzweig (assolta per insufficienza di prove al processo Rosso/Tobagi, ndr), pedinò a lungo Tobagi. Suo padre era un alto finanziere, amico di Licio Gelli”.

Quando nel 2009 uscirono le rivelazioni di Benedetta Tobagi sulla supposta manipolazione delle cartelle cliniche di Manfredi De Stefano, i radicali presentarono alcune interrogazioni parlamentari. La replica del governo fu tassativa: “Chiarezza è stata fatta sicuramente sotto il profilo giudiziario… le sentenze e i profili motivazionali confermano la raggiunta verità processuale, anche con specifico riferimento all’ipotizzato coinvolgimento delle forze dell’ordine…”. A dare la risposta in aula fu l’allora sottosegretario per la giustizia, Maria Elisabetta Alberti Casellati, attuale presidente del Senato.