Michele Serra sull’amaca critica la destra italiana (Repubblica, 1 maggio) con un testo ricco d’ironia: “Il capo ultras (Salvini) è più impressionante della capessa di borgata” (Meloni)… ma il problema riguarda “l’elettorato di destra, indifferente all’antifascismo (non hanno ancora trovato il vaccino)”. Si legge con piacere Serra, è un maestro. Alla fine s’avverte tuttavia che manca qualcosa: l’analisi dello spostamento a destra del suo giornale dovuto agli interessi economico-politici di John Elkann. L’impressione è che il testo viri verso la demagogia quando distingue più volte tra destra e sinistra; loro e noi: “Questo per dire come sono messi, a destra. Per parziale consolazione di noi di sinistra”.

Da un certo punto di vista il testo è perfetto, perché indica chiaramente un nemico; da un altro è ambiguo, perché ne nasconde uno più pericoloso. Insomma, Serra critica i fascisti ma non il “fascismo” di Repubblica che benedice un’alleanza di governo con la destra di B., Salvini e Meloni e gioca su più tavoli. Fatte le dovute proporzioni, viene in mente il secolo scorso: “Giolitti vedeva i fascisti ma non il fascismo” e si arrivò ai “blocchi nazionali” scrive R. De Felice in Mussolini il fascista, vol. I, Einaudi.

Anche oggi certe analisi politiche sono contorte: Salvini e Meloni vengono definiti impresentabili, ma anche politici con cui allearsi per “salvare il Paese dall’autoritario Conte”. Repubblica getta la maschera con certi testi: strepita per la Costituzione vilipesa, “le libertà ristrette… il Parlamento esautorato” (Folli, 29 aprile); poi strizza l’occhio ai patrioti di destra che “amano” la Costituzione e incarnano il futuro: “oggi Meloni sembra avere carte migliori di Salvini da giocare al tavolo dei futuri assetti” (Folli, 28 aprile). Consigli “disinteressati” di Repubblica alla destra. E attacchi al direttore del Fatto che difende il governo progressista Pd-M5S-Leu: “Travaglio… monta di guardia alla porta di Conte sparando con la mira di un cecchino contro chiunque osi alzare un sopracciglio” (Messina, 30 aprile). Intendiamoci, il diritto di critica è legittimo, ma il giornale di Scalfari non era un quotidiano di sinistra?

L’impressione è che il Fondatore sia isolato nel tentativo di difendere la linea liberal-socialista, i valori di libertà ed eguaglianza: “Questi – scrive – debbono rispettare i giornalisti che dirigono il giornale”. Vasto programma. Respinto al mittente dall’influente Folli, dal direttore Maurizio Molinari, eccetera, di tutt’altro avviso in ogni frase, concetto, virgola dei loro testi. Scalfari dà un giudizio positivo su Conte (lo paragona addirittura a Cavour), ma il suo giornale marcia in direzione opposta, e opera attivamente per arrivare al traguardo (Repubblica non si è mai limitata a commentare i fatti, lavora per determinarli): alla prima occasione appoggerà un cambio di guardia a Palazzo Chigi. In questa direzione va (anche) l’enorme spazio concesso a Matteo Renzi, che, col due per cento di consenso nel Paese, ha pagine intere di Repubblica come avesse il venti. Evidentemente il suo potere destabilizzante piace a chi davvero comanda a Largo Fochetti.

Conclusione: non se ne può più dell’antifascismo di facciata che nasconde accordi indicibili per mandare a casa Conte e consegnare (ancora) il Paese nelle mani di un ceto politico-imprenditoriale che lo detiene da sempre. Ci saranno da spendere molti miliardi nella ricostruzione. Avvoltoi incombono. Per ora il progetto non decolla, causa coronavirus e consenso del premier, ma temo sia questione di tempo: il governo dei tecnici e delle lobby, in Italia, sembra protetto da Ananke dea della necessità. Sono certo che l’amaca non condivide i continui attacchi a Giuseppe Conte e gli interessi annessi. Ma è quel che accade. Con buona pace dell’ottimo Serra, e delle “prediche inutili” di Scalfari.

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