“Sto morendo lentamente, giorno dopo giorno. La prigione ti ammazza così”. Delle prigioni e delle torture in Egitto sappiamo poco o nulla. Quello che ci giunge sono i rapporti di organizzazioni per la difesa dei diritti umani, spesso egiziane, che con grande fatica riescono a stilare qualche dossier, prima di essere chiuse e sciolte dalle autorità del Cairo.

Shady Habash, 22enne, a cui appartiene il grido disperato ‘contrabbandato’ all’esterno del carcere di Tora, nella periferia sud del Cairo, era uno dei dimenticati. È morto un paio di giorni fa.

“Prima cerchi di resistere, poi di non impazzire dopo essere stato buttato dentro una cella e dimenticato, senza sapere se e quando ne uscirai”, aveva aggiunto nel suo messaggio, descrivendo il calvario che viveva da due anni. Il capo di accusa: aver diretto un video musicale che irrideva il presidente al Sisi, soprannominato “dattero”. Questo videoclip aveva fatto il giro del web nel 2018 e le autorità avevano spiccato immediatamente il mandato di cattura. Insieme a Shady, era stato subito arrestato Galal el-Behairy che aveva scritto la canzone. Mentre il cantante Ramy Essam è riparato in Svezia.

Le cause della morte di Habash non sono ancora chiare, come riportano diverse testate giornalistiche. Ucciso da torture? Da Covid? O, semplicemente, dalle condizioni di vita inumane del carcere di Tora, dove i detenuti vengono ammassati in celle piccolissime che diventano più simili a una stalla?

Nello stesso penitenziario si trova anche Patrik Zaky, attivista per i diritti umani e studente all’università di Bologna, per il quale in Italia c’è stata una certa mobilitazione. Ma per ora non è servita a granché. Anzi, la mattanza nelle carceri egiziane continua indisturbata perché non è un tema che ha mai fatto parte delle agende politiche dei Paesi occidentali.

Lo spiegava bene Matteo Renzi a Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera, alla quale dichiarava che al Sisi era “un grande leader” perché in questo momento l’Egitto, era il luglio del 2015, “sarà salvato solo dalla leadership di al Sisi”. In quanto “il Mediterraneo, senza l’Egitto, diventerebbe sicuramente un posto senza pace”.

In queste dichiarazioni c’è tutta l’esemplificazione del declassamento dei diritti umani degli altri e del profitto, della stabilità a discapito del cambiamento democratico – difficile e tortuoso ma necessario. C’è l’inabissamento di una intera generazione che lotta per avere i nostri diritti, quelli che diamo per scontati, e che non viene ascoltata.

“Ho bisogno di voi e del vostro aiuto, adesso più di prima” si era appellato, disperato, Shady. Scusaci, non ti abbiamo voluto sentire.

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