Una scena destinata a diventare presto consuetudine, perdendo così la sua forte carica simbolica. Ventidue giocatori su un prato verde, tre arbitri impegnati a corrergli dietro, due allenatori confinati nell’area tecnica e una manciata di riserve sparpagliate in panchina. Intorno a loro, niente. Nel vero senso della parola. Niente coreografie, niente cori, niente tifosi. Solo gradinate di cemento grigio e seggiolini colorati. Vuoti. Dal miedo escenico, la paura che fa tremare le ginocchia ai giocatori avversari quando entrano al Bernabeu, all’horror vacui, il ribrezzo per un vuoto che sa emettere un diverso tipo di frastuono.

Il calcio che scenderà di nuovo in campo fra qualche settimana sarà molto diverso da quello che siamo stati abituati a vedere finora. E forse è bene iniziare a prendere dimestichezza con questo concetto. Perché le partite si giocheranno a porte chiuse. Almeno fino a fine anno, poi si vedrà. È per questo che, in Spagna, i club hanno iniziato a organizzarsi. Soprattutto il Barcellona. Secondo Mundo Deportivo il club blaugrana avrebbe pensato a delle campagne social specifiche per cercare di mantenere alto il morale della squadra nei giorni di avvicinamento alle partite. Ma la task force catalana starebbe soprattutto studiando la possibilità di registrare i cori tradizionali che la “gent blaugrana” intona a settimane alterne per spararli fuori dalle casse del Camp Nou deserto durante i match di Liga e Champions League.

Un tifo che si alza e si abbassa grazie al tasto di una consolle. Un tifo al quale gli avversari potranno magari rispondere con una playlist personale. Nasce un nuovo tipo di incitamento, posticcio e così sinistramente simile alle risate registrate delle sitcom anni Novanta. El Clasico come Casa Vianello. La coppa con le grandi orecchie come I Robinson. L’idea è quella di trovare a tutti i costi qualcosa che riesca a coprire il silenzio. E di riuscirci il prima possibile. Perché in quel pugno di partite giocate a porte chiuse prima dello stop ai campionati, il tifoso è tornato ad ascoltare rumori desueti: il suono del pallone, le urla degli allenatori, le proteste verso l’arbitro, le parole scambiate con i compagni di squadra. E non a tutti è piaciuto.

Per qualche ora è riemerso un calcio diverso, primitivo e démodé, fatto di polvere e di cortili. Un calcio senza orpelli così lontano da quello patinato e ultratecnologico che siamo ormai abituati a vedere (e a comprare). Con la sua assenza il tifoso ha ricordato l’importanza della sua presenza. Per i calciatori che devono andare in campo, che ormai da tempo ripetono quanto sia poco adrenalinico giocare senza spettatori, ma anche per chi allo stadio non ci mette piede da tempo. Lo spettacolo glaciale delle tribune deserte rende il calcio un prodotto molto meno televisivo. Anche perché, come scrive Marco Ciriello, “lo spettatore allo stadio non è solo l’effetto visivo e tattile per chi segue da casa, ma è anche la manifestazione reale del motivo che porta a rincorrere il pallone”. Senza di lui diventano superflue le moviole, i collegamenti da bordo campo, i premi consegnati all’uomo della partita, le interviste, gli studi pieni di luci, gli approfondimenti con o senza giacca. Gli empty seats, sono un problema per i club, ma anche per le televisioni.

Così da anni ormai è in atto un processo di simulazione degli spettatori. Basta guardare le tournée asiatiche, dove le amichevoli fra squadre prossime a essere smembrate dal calciomercato sono vendute a prezzi fuori mercato. Un investimento simile non ammette che ci siano posti vuoti in tribuna. Così, dove non arriva la vendita dei biglietti, intervengono le comparse. Tutte con la maglia del club di riferimento, con le bandierine disegnate in faccia, con i cerchietti con scritto il nome del fenomeno di turno, con i cori scanditi in un italiano stentato. Un copia e incolla del tifo che si porta dietro momenti grotteschi. Come successo lo scorso luglio, quando prima della sfida di Nanchino fra Inter e Juventus i tifosi nerazzurri cinesi hanno rinfacciato ai tifosi bianconeri cinesi il gol di Muntari, quello che nel 2012 ha spianato la strada in campionato alla Vecchia Signora. Sempre nel 2012, ma stavolta ad agosto, il Napoli ha conteso alla Juventus la Supercoppa. Il “Nido d’Uccello” è tutto esaurito. Numero degli spettatori italiani? Circa mille.

Peccato che le comparse cinesi chiamate a sostenere i partenopei fossero addirittura 57mila. Ma la tendenza a occultare l’assenza dei tifosi è arrivata anche nel nostro campionato. E in questo l’Udinese è stata un’antesignana, optando per una soluzione più ingenua ma comunque di impatto. Così ecco che i seggiolini della Dacia Arena si sono tinti di colori diversi per ingannare l’occhio di chi guarda da casa e nascondere gli spazi vuoti. Una trovata che, qualche mese fa, è stata adottata anche dal Napoli. Insomma non sono più i tifosi a simulare il calcio, ma è il calcio a simulare i tifosi e la loro presenza. Il tentativo di riempire questo vuoto acustico è un’evoluzione, un salto di qualità di questa particolare disciplina. Gli spettatori sono ridotti a ologrammi, a voci registrate su un nastro, a un brano da ascoltare su YouTube. Un tentativo che lascia molto perplessi. Perché peggio del silenzio c’è solo il tentativo di riempire il vuoto con un suono finto.

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