Se dovessi identificare con una parola la nostra condizione in quarantena, quella sarebbe naufrago. Eccovi alcune riflessioni.

Non lo trovavo più nella mia libreria e così ho dovuto ricomprare Racconto di un naufrago di Gabriel Garcia Marquez dove lo scrittore colombiano racconta meglio di chiunque altro l’animo di chi rimane in balia del mare a bordo di una zattera. E mentre rileggevo, mai come adesso, mi sono immedesimato nelle sue parole (anzi in quelle di Alejandro Velasco, così si chiama il marinaio naufrago di Marquez caduto accidentalmente da una nave militare nel mare dei Caraibi, nda) e ho immaginato di perdermi anche io nel mare che ho al di là della finestra e che il divano divenisse l’ultimo, estremo, approdo per la mia esistenza, cosa vera peraltro!

La sensazione di straniamento nel trovarsi soli in un elemento che ci è estraneo, sia esso il mare come per Velasco, sia la quarantena come lo è per me, è capace, innanzitutto, di mutare la percezione del tempo.

Velasco nel naufragio ha perso tutto, tranne un orologio da polso che nelle prime ore guarda senza poter smettere. Egli si aggrappa al passare dei minuti e non solo in attesa di una salvezza possibile, ma più che altro al legame con il tempo stesso, con qualcosa di oggettivo che riporti la realtà nella sua dimensione di normalità. Questa è, forse, la prima umana reazione al naufragio, la ricerca della normalità perduta, anche attraverso piccoli gesti che plachino le ansie e l’animo.

Poi c’è l’illusione a farci compagnia, che non è tanto far finta che nulla sia avvenuto, ma credere che questa nuova situazione non cambierà le cose, che le onde, comunque, non ci sommergeranno, che la zattera non affonderà. Ma non è così. La prima tempesta è uno schiaffo potente, ma necessario per comprendere la nostra inadeguatezza. Velasco fruga nelle tasche e trova delle vecchie foto, si aggrappa ai momenti felici, ma il cielo si è fatto nero e la pioggia cade a scrosci.

Non c’è più tempo per l’illusione del passato e neppure per quella del futuro, troppo distante. L’unica salvezza è la consapevolezza di poter contare su se stessi, il tempo dei bilanci è il più amaro, ma il più vero. Il naufragio in questo senso è uno specchio.

Non basta più rimanere fermi, aggrappati alla vita, bisogna combattere, ci si deve conquistare la sopravvivenza, Velasco lotterà per dieci giorni con la fame e la sete, con la pelle piagata dal sole, contro la tempesta e la quiete, contro gli squali, sino allo stremo eppure scrive “ogni volta che il coraggio mi franava, capitava qualcosa che mi faceva rinascere la speranza. Quella notte fu il riflesso della luna sulle onde”.

Come molti naufraghi della quarantena, il marinaio di Marquez riscopre forza nella bellezza, nella natura, nell’infinito, sente che possiede poco o nulla e quel poco o nulla gli deve bastare. Scopre forze nascoste che non sapeva di avere, cade in mare, riacciuffa la zattera e ci risale. Una, due, cento volte.

Lo aiuta la volontà, la fede, perché quando ci si rimette in gioco e l’animo si squassa, materia e spirito si fondono in un unico bisogno, ed è quel bisogno a farsi volontà e coraggio quando li abbiamo persi. Ma solo sino a quando li cerchiamo e rimane voglia di reagire.

Perché il naufrago, suo malgrado, viene trascinato ancora oltre dalla corrente, in quella parte buia del nostro essere che non avremmo mai voluto conoscere, ed è questa la vera straordinarietà dell’evento. E’ quando la volontà ci abbandona che scopriamo l’istinto, il naufrago scopre che la sopravvivenza è un muscolo involontario proprio come il cuore.

“Quella mattina – racconta Velasco – avevo scelto tra la vita e la morte. Avevo deciso per la morte, e tuttavia ero ancora vivo, con un pezzo di remo in mano, disposto a continuare a lottare per la vita. A continuare a lottare per l’unica cosa di cui non mi importava più nulla”.

Se il naufragio fosse una specie di cammino (cosa che non è) si potrebbe dire che è l’unica ricerca che si basa su ciò che perdiamo piuttosto che su quello che riusciamo a scoprire. Ma cosa siamo disposti a perdere? Cosa pur di avere una speranza di salvezza? Qual è il limite?

Il naufragio può ancora metterci alla prova, calarci in un pozzo scuro e ancestrale, qui mi soccorrono un testo e un dipinto, il primo è Il cuore dell’oceano. Il naufragio della baleniera Essex e l’altro è La zattera della Meduse (ricordate il capolavoro di Gericault?): entrambi raccontano di naufragi memorabili, nei quali i marinai esaurita ogni scorta di cibo si sono cibati di carne umana. C’è chi ha preferito morire e togliersi la vita pur di non cedere a quell’orrore e chi, invece, ha mangiato.

Ma il cannibalismo è solo un’altra traccia, non possiamo sapere sino a che punto sia oscena la nudità a cui ci può costringere la condizione di naufrago. E adesso anche io ho un po’ paura e mi sembra di vedere delle pinne di pescecane intorno al divano, ma lì laggiù in fondo all’orizzonte c’è un’ombra scura, non è un miraggio, è una riva, una spiaggia, così come fece Velasco in barba agli squali mi tuffo, raccolgo le ultime forze e nuoto verso riva, la vedo, non la vedo, non importa, so che c’è. Sino a che le ginocchia non toccano il greto della riva. Terra, finalmente, terra.

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