Nelson Dida è tutto solo nella sua area di rigore. Raccoglie un pallone, lo posiziona sulla linea bianca, prende la rincorsa. Eppure Dida non rinvia. Resta fermo, con la maglia verde che ciondola fuori dai pantaloncini neri e lo sguardo incredulo di chi sta provando a capire cosa fare. Perché dalla curva dell’Inter, proprio dietro alle sue spalle, sta piovendo di tutto. Borghetti, arance, accendini, ombrelli, bottiglie vuote, bottiglie piene. Fumogeni, anche. Tre. Vengono giù uno dopo l’altro. E mentre le fiammelle colorano di rosso l’erba verde di San Siro, Nelson Dida inizia a camminare verso destra. Il cronometro segna il 70’, ma il tempo, in quel martedì sera del 12 aprile 2005, è un concetto piuttosto relativo.

Alla Scala del calcio sta andando in scena il ritorno dei quarti di finale di Champions League. Inter contro Milan. Di nuovo. Proprio come sette giorni prima. Solo che allora i rossoneri si erano imposti per 2-0. Reti di Stam e Shevchenko. E il risultato aveva preso le sembianze di una sentenza. L’Inter si presenta al ritorno con una maglia a strisce orizzontali grigie e nere. È la copia quasi esatta della casacca con cui ha vinto la Coppa Uefa contro la Lazio nel 1998. Un’italiana contro un’altra italiana. Allora come oggi. Solo che stavolta il finale è molto diverso. Dopo appena 2’ Materazzi e Shevchenko sono già fronte contro fronte. L’ucraino colpisce in faccia il nerazzurro che precipita a terra. Gli interisti chiedono il rosso, il tedesco Merk non tira fuori neanche il giallo. Un sassolino che diventa macigno 28’ più tardi, quando proprio Shevchenko trasforma un tiro da fuori area nel gol che rende inutile l’ultima ora di gioco.

L’Inter, però, non ha nessuna intenzione di arrendersi. Perché svanita la qualificazione restano pur sempre in palio concetti generici come onore e orgoglio. Servirebbe un gol. Che arriva al 69’, quando Cambiasso spedisce in rete un calcio d’angolo dalla destra. L’argentino urla fuori dal suo corpo tutta la rabbia che si era gonfiata nel suo stomaco. Ha lo sguardo spiritato e un ciuffetto di capelli appiccicato sulla fronte, proprio dove ha impattato il pallone. Ma Cambiasso non ha nemmeno il tempo di esultare che il tedesco Merk annulla il gol. C’è stata una spintarella di Cruz, dice. Il centrocampista grida, gesticola, si avvicina troppo all’arbitro. E stavolta Merk tira fuori il cartellino giallo. Il cronometro segna il 70’ ma a San Siro non si gioca più da quasi due minuti. Nelson Dida cammina lentamente verso destra. Un passo, due passi, tre passi. E lancia fuori dalla sua area di rigore una bottiglietta di acqua liscia. Quattro passi, cinque passi. E lancia fuori dalla sua area di rigore una bottiglia di acqua frizzante.

Nelson Dida è girato di spalle. Neanche si accorge degli altri due fumogeni che piovono a qualche metro da lui. Poi, all’improvviso, alza la testa. Guarda dritto davanti a sé, ma non si rende conto di niente. Non fa caso a quel fumogeno che cade dall’alto e picchia fra la sua spalla e la sua testa. Dida prima sembra quasi inginocchiarsi, poi cade sul terreno di gioco. Con la mano destra sulla testa e con la sinistra che copre la spalla. Si rialza dopo appena dieci secondi, mentre i fumogeni continuano a cadere e Cafù e i sanitari lo accompagnano verso la panchina. Ha la maglietta bruciata e la faccia accartocciata dal dolore. “Sto bene” ripete a chi si avvicina. “Non è niente di grave” dice a chi lo fissa incredulo.

Nelson Dida si mette a sedere sull’erba e si sfila la maglia del Milan. I medici prima gli versano dell’acqua fredda sulla spalla, poi decidono di metterci sopra la borsa del ghiaccio. Continuare a giocare, per il momento, è impossibile. Così il tedesco Merk manda le due squadre negli spogliatoi in attesa di capire cosa fare. Dida entra insieme ai compagni e si mette seduto. Sua moglie Lucia si precipita dalla tribuna fino alla pancia di San Siro. È ferma sulla porta, qualcuno la fa entrare vista l’eccezionalità della situazione. Lucia guarda il marito e si tranquillizza. Non ha ferite, solo una bruciatura sulla spalla, come se qualcuno gli avesse spento addosso una sigaretta. Dida si cambia mentre le due squadre tornano in campo. L’arbitro Merk ha rifiutato l’inversione di campo (che in Italia era stata adottata in un paio di circostanze) e sta facendo leggere un messaggio allo speaker di San Siro.

Se il lancio dovesse continuare, per l’Inter ci sarà la sconfitta a tavolino e la squalifica del campo. Nelson Dida esce dallo spogliatoio. Quello che succede in campo non è più un suo problema. Almeno per un po’. Dopo essere andato all’ospedale per un controllo torna a casa. Ha bisogno di tranquillità, di mettersi a dormire, di convincersi che si è trattato solo di un sogno. La mattina dopo, quando apre gli occhi, ancora non sa che il suo incubo è appena iniziato. Si presenta a Milanello e si siede dietro ai microfoni, racconta quei minuti difficili. “Di quell’incidente mi resta una bruciatura alla spalla, un ematoma, un dolore che sta passando e tanto dispiacere – spiega – è stato un danno per lo sport mondiale, il derby lo hanno visto in tutto il mondo. Quel bengala ha fatto più male al calcio italiano che a me”. E ancora: “Sono andato a farmi visitare perché avevo troppo dolore. Sono andato per capire se c’era qualche problema serio e mi sono tranquillizzato”.

Dida si cambia e riprende ad allenarsi. Solo che insieme alla maglia del Milan, in quella serata di metà aprile, si è sfilato anche il costume da supereroe. All’improvviso, del portiere che fra il 2002 e il 2005 aveva conteso a Buffon il titolo del più forte del mondo non è rimasto quasi niente. L’eroe di Manchester, l’uomo che aveva parato tre rigori alla Juventus consegnando la Champions al Diavolo, è un ricordo sfocato. I miracoli diventano sempre più rari, ma anche con l’ordinaria amministrazione non va poi molto meglio. Gli insegnamenti di Villiam Vecchi, quelle infinite sessioni di allenamento durante le quali il suo preparatore personale gli ripeteva: “Devi mettere le mani sul pallone come le metteresti sulle tette di una donna, così non ti scappa nulla”, sembrano
scoppiate come bolle di sapone.

Era come se qualcuno fosse uscito senza salvare i progressi, riportando Dida indietro a quella sera di pioggia del settembre del 2000, a Elland Road, Leeds. Allora Lee Bowyer aveva tirato da una distanza improbabile e il brasiliano se l’era buttata dentro praticamente da solo. Una papera che gli era rimasta appiccicata addosso come un’etichetta. L’11 dicembre del 2005 a San Siro si gioca un altro derby. E Dida diventa protagonista. Anche se al contrario. Prima si lascia sfuggire dalle mani una punizione di Adriano che Martins spedisce in rete. Poi, proprio allo scadere, non esce su un calcio d’angolo regalando all’Imperatore il gol che chiude l’incontro. In molti cominciano a farsi delle domande. Chi è davvero Dida? Quello di Elland Road o quello di Old Trafford?

Purtroppo la verità non è esattamente nel mezzo. I più cattivi contano almeno dieci papere del portierone brasiliano dopo quel fumogeno. Secondo qualcuno si tratta di un problema psicologico, di un’improvvisa mancanza di autostima, secondo altri di un fastidio fisico, di quella schiena che comincia a tormentarlo. Ma la serata più complicata della sua carriera non è ancora arrivata. Il 3 ottobre del 2007 il Milan vola a Glasgow per una partita del Gruppo D di Champions. Sotto il cielo nero di Scozia il Diavolo perde per 2-1, con Dida che spiana la strada a entrambi i gol del Celtic. A tempo scaduto un tifoso entra in campo e colpisce il portiere del Milan con un buffetto leggero. Dida prima prova a inseguirlo, poi rovina a terra simulando un colpo in faccia. Esce in barella, con tanto di collare. Una sceneggiata che l’Uefa non gradisce affatto. Il brasiliano viene squalificato per due giornate ed è costretto a chiedere scusa ai suoi tifosi. Pace fatta. Ma dura poco. Due mesi più tardi, il derby è inchiodato sull’1-1. Almeno fino al 63’, quando Cambiasso, da fuori area, lascia partire un tiro centralissimo. Il portiere del Milan è sulla traiettoria ma non trattiene. La palla finisce in fondo al sacco e i tifosi dell’Inter fanno partire il coro “Uno di noi, Dida uno di noi”. Un finale troppo crudele per un portiere che, fino a quel 12 aprile 2005, è stato uno dei più forti del mondo.

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