Il presidente del Consiglio, nel suo oramai tradizionale discorso agli italiani, ha parlato del diritto all’accesso ad Internet ed alla possibilità di inserirlo in Costituzione. L’idea, come ricordato da Riccardo Luna, non è nuova ed era già stata proposta tra gli altri da Stefano Rodotà, dieci anni orsono.

La proposta dell’epoca, con l’inserimento di una articolo aggiuntivo alla Costituzione, aveva una finalità: proteggere la rete dai suoi “nemici”, ovvero da coloro che vedevano nelle potenzialità del web un pericolo, portando al massimo livello possibile la tutela.

Oggi le esigenze sono cambiate.

La necessità del periodo è quella di garantire con gesti concreti che il cittadino possa accedere alla rete, senza trovare ostacoli economici, sociali, tecnologici di fronte a sé.

Da questo punto di vista sarebbe sufficiente realizzare ciò che prevede il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, ovvero che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ed invece, in questi tempi difficili, alle parole non sembrano seguire i fatti, non soltanto perché i diritti costituzionali, quali la libertà di circolazione e di movimento ad esempio, sono soppressi, ma anche perché alcune disposizioni emergenziali vanno esattamente in senso contrario alla realizzazione di un’ampia partecipazione informatica e telematica dei cittadini.

Basti pensare allo smartworking.

I vari decreti legge, decreti del presidente del Consiglio dei ministri e provvedimenti ministeriali, prescrivono nel periodo dell’emergenza lo smartworking per tutte le attività pubbliche e private ma al contempo vengono eliminate dalle attività essenziali (con relativo codice Ateco) – cioè da quelle che possono rimanere aperte – la vendita all’ingrosso e al dettaglio di computer, unità periferiche, software e attrezzature per ufficio in esercizi specializzati.

Il che ci fa pensare che lo smartworking e l’accesso dei cittadini alla rete possa avvenire secondo il governo anche con segnali di fumo o equivalenti.

E ciò appare veramente singolare dal momento che l’Italia si è dotata, con grande enfasi, di un ministro per l’Innovazione che avrebbe dovuto “regalarci” l’Internet per tutti e che sta operando a colpi di task force, l’ultima delle quali, quella sul Covid-19, che ci dirà forse alla fine dell’emergenza cosa avremmo dovuto fare durante.

E ancora. L’obiettivo di un governo che vuole garantire un diritto di accesso universale alla rete dovrebbe essere quello di dotare i cittadini degli strumenti per accedere alla banda larga favorendo al contempo lo sviluppo delle piccole e medie imprese del settore. Eppure ci sono grandi ritardi nello sviluppo della banda ultralarga, tali da mettere in pericolo l’esercizio dei diritti minimi da parte dei cittadini “digital divisi”.

E, certo, non si comprende come possa realizzare l’accesso dei cittadini come diritto fondamentale la disposizione del Decreto n. 18 del 17 marzo 2020, che prevede che “le amministrazioni pubbliche sospenderanno le risposte a richieste di accesso” documentale, civico semplice e civico generalizzato “che non hanno carattere di indifferibilità e urgenza fino al 31 maggio 2020 (art. 67.3)”.

Disposizione che sospende anche il cosiddetto Foia, Freedom of information act, generando l’allarme di diverse organizzazioni di tutela dei diritti civili e i dubbi della stampa.

Prima di parlare di un tema così “aulico” come l’inserimento di un diritto costituzionale di accesso ad internet, bisognerebbe verificare se questo diritto viene garantito nella realtà di tutti i giorni ed operare poi di conseguenza, ricordando sempre quello che soleva dire Sandro Pertini: “La Costituzione è un buon documento; ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta”.

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