Ho letto, in queste ultime due settimane, alcuni articoli che trattano il tema della sospensione delle cerimonie civili e religiose, inclusa la celebrazione eucaristica, disposta dal decreto legge per la riduzione del contagio da Covid-19.

Ho letto anche di come la Conferenza Episcopale Italiana, in maniera garbata e cortese, abbia sostenuto un braccio di ferro con Palazzo Chigi e di come, altrettanto garbatamente e cortesemente, abbia accettato, per non dire ceduto.

Immagino che nessun credente abbia voluto che la Chiesa aprisse una crisi con il governo italiano, in un momento peraltro di così grave emergenza. Posso anche immaginare che nessun credente si sia aspettato che la Chiesa tenesse lo stesso comportamento tenuto da Gesù nel Tempio di Gerusalemme, mandando in aria tavoli, tavolini e mercanti… Ma posso permettermi di credere che, se la stessa Chiesa si fosse posta, forse umilmente ed in semplicità, al pari di qualsivoglia “nutrimento” o “prima necessità”, rispettando le disposizioni governative, avrebbe potuto garantire la Presenza Viva del Cristo Risorto, nella specie eucaristica, lasciando meno soli i fedeli.

Se infatti, riprendendo il D.L. 19 del 25.03.2020 art.1 comma u, proviamo a paragonare la Chiesa ad una semplice attività commerciale, che deve garantire e assicurare la reperibilità dei generi agricoli, alimentari e di “prima necessità”, da espletare con modalità idonea ed evitare assembramenti di persone, con l’obbligo a carico del gestore, potremmo immaginare che sarebbe stata senz’altro cura di ogni parroco predisporre in ogni Comunità Parrocchiale le condizioni per garantire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale, assicurando così ai fedeli quel nutrimento dell’anima che per il cristiano è l’Eucarestia ed i Sacramenti.

Mi chiedo infatti se può una trasmissione di arte culinaria, come tante che oggi ne vediamo in tv, “sfamare” ed assolvere al nutrimento corporeo per il tramite di invitanti immagini?

È sotto gli occhi di tutti ciò che accade in alcuni mercati e supermercati della penisola, eppure, quel tipo di attività non può essere sospesa.

Ora, non voglio entrare nell’ambito prettamente teologico – “Non di solo pane vivrà l’uomo – Luca 4,1-13”, ma cercherò di attenermi al decreto legge e alla prassi di applicazione che, tra pochi giorni consentirà ai credenti di riunirsi, per il tramite di qualche diretta streaming, dinanzi alla funzione religiosa della Santa Pasqua.

In una piccola parrocchia di quartiere, come può essere San Gaetano in Brancaccio, dove la capienza minima è di 200 fedeli, possiamo immaginare che gli stessi potrebbero occupare ognuno una panca, disponendosi, secondo la distanza sociale, nelle complessive 50 panche.

Per non parlare di una parrocchia come San Michele Arcangelo che è dotata di 80 panche di 4 mt ciascuna, potendo così accogliere sino a due fedeli per ogni panca, per complessivi 160 fedeli.

A puro titolo esemplificativo, se si autorizza l’ingresso a 50 persone per celebrazione in una parrocchia come quella di San Gaetano, e, a 160 in una come il San Michele Arcangelo, analogamente a quanto previsto per l’accesso ai supermercati o alle tabaccherie, si potrebbe prevedere di far accomodare 1 o 2 fedeli per ogni panca, rispettando il distanziamento previsto dal decreto legge.

Al momento della Comunione sarà il Celebrante a portare l’Eucarestia al fedele che attenderà, al suo posto, il corpo di Cristo.

Alla fine della Celebrazione Eucaristica, l’uscita dal luogo di culto potrebbe avvenire uno per volta, mantenendo la stessa distanza di quando si stava seduti.

Qualcuno potrebbe obiettare che il sacerdote tocca con le sue mani la particola (l’ostia) e che quindi potrebbe essere lui stesso, se infetto, fonte di contagio. Ma lì ci viene incontro sempre l’art.1 dello stesso decreto, che nel comma gg cita: “prevedere i protocolli di sicurezza anti-contagio, con strumenti di protezione individuale (mascherine e guanti monouso)”, cioè gli stessi strumenti che utilizzano i salumieri, i panettieri, i macellai, i caseari, i fruttivendoli, etc etc.

Proprio oggi, ho sentito un’intervista televisiva allo scrittore Gianrico Carofiglio, che auspicava la riapertura, naturalmente secondo i dettami governativi, delle biblioteche, dallo stesso definite luogo terapeutico per la nostra anima. Quanto sta emergendo fuori e dentro la nostra Chiesa è il frutto del Covid-19 o di quanto non abbiamo saputo fare prima? Dobbiamo a questo punto sperare che questa “astinenza forzata” ci faccia riscoprire il senso autentico, comunitario e partecipativo della messa?

Si può demandare tutto ad una trasmissione televisiva che certamente non ci vede come concelebranti ma come semplici fruitori?

Come dice il teologo Don Massimo Naro, in un suo articolo su formiche.net, “la messa non è una cerimonia, funzione per quanto solenne a cui si assiste, ma è una celebrazione a cui si partecipa”, ed essa ha bisogno di uno spazio fisico e della presenza, anch’essa fisica, del celebrante e dei fedeli senza che alcuno abbia la parte del protagonista.

È indubbio che i nuovi mezzi di comunicazione (non celebrativi) oggi ci vengano in aiuto sotto alcuni aspetti, tenendoci compagnia in questi momenti di solitudine dentro le nostre case dove, in questo periodo, si sta sino a tarda notte, quasi all’alba con la tv accesa per la paura di spegnere e disconnettersi e sentirsi nuovamente soli, ripiombando nell’angoscia…

Questi mezzi non possono però sostituirsi ai luoghi di prossimità e tenerezza, essi non possono sostituire le carezze, gli abbracci, i baci, le liturgie… la santa Messa.

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