“Moriremo teledipendenti?” è il titolo della settima Loft Masterclass, il format ideato da Matteo Forzano con la collaborazione di Matteo Billi e pubblicato in esclusiva su sito e app di Loft, dopo “Professione pilota” in cui Silvia D’Onghia ha intervistato Gianluca Fisichella, “Parola al vino” di Nicola Prudente, in arte Tinto, “Arte e democrazia” di Tomaso Montanari, “Il mestiere dell’attrice” di Donatella Finocchiaro, “Il giornalismo investigativo” di Marco Lillo e “Fotografare l’invisibile” di Valerio Bispuri. Protagonista è Nanni Delbecchi: “L’impressione è che si possa fare a meno della televisione, ma la realtà è ben diversa. I dati dicono che gli italiani in media stanno davanti al video più di quattro ore al giorno – spiega il critico televisivo – Siamo secondi solo agli Stati Uniti. Si dice anche che il mezzo sia in declino e che aumenti l’età dei fruitori, ma questo è vero solo in parte perché la tv è come quel drago a cui si taglia la testa e ne spuntano altre sette”. Nel primo capitolo Delbecchi ripercorre le tappe della storia della tv partendo dalla paleotelevisione, ossia il momento della sua nascita, il 1° gennaio 1954. “In quel momento gli intellettuali hanno tutti il fucile spianato perché si aspettano che la tv porti una sottocultura popolare, rinchiudendo gli italiani fuori dalle piazze reali e dentro i loro tinelli”, racconta Delbecchi che fa notare come il mondo più interessato alla tv fino agli anni 60 fosse quello cattolico ( e democristiano): è questo il motivo per cui in Italia si sviluppa dapprima il servizio pubblico, una tv, cioè, educativa, evangelizzatrice rispetto al popolo incolto. Il personaggio più esemplificativo di quel momento storico è il maestro Alberto Manzi, il protagonista della trasmissione ‘Non è mai troppo tardi’ in cui Manzi, maestro di scuola elementare, insegnava agli italiani a leggere e scrivere. Il prosecutore della tv di Manzi è Mike Bongiorno con il suo programma di quiz di cultura generale ‘Lascia o raddoppia’ in cui inventa anche la figura dei campioni, persone comuni che, grazie alla loro abilità nel rispondere, diventano delle celebrità. Il tema pedagogico lo troviamo anche nel romanzo sceneggiato, quello che oggi chiameremmo fiction, come ad esempio nelle inchieste del commissario Maigret, interpretato da Gino Cervi. Questo attore influenzò così tanto l’immaginario degli italiani che le pipe andarono a ruba, a riprova dello straordinario potere della televisione che influenzava cultura e società italiane a dispetto delle previsioni degli intellettuali.

Negli anni 70 c’è una accelerazione tecnologica che arriva sino a oggi: la tv scopre il colore, arriva il telecomando e il meccanismo degli ascolti. Nel 75 nasce la terza rete: “Il controllo della tv passava dal governo al Parlamento e comincia la lottizzazione – spiega il critico de Il Fatto Quotidiano – La prima rete è sotto l’influenza della Democrazia cristiana, la seconda sotto i socialisti, la terza sotto i comunisti. Inoltre, cominciano a trasmettere, all’inizio a livello locale, le cosiddette ‘tv libere'”. La più importante trasmette da Milano 2: si chiama Telemilano e il suo proprietario è un giovanissimo Silvio Berlusconi. Alla soglia degli anni 80, cambia nome e diventa Canale 5 dando origine a un polo privato in grado, in poco tempo, di rivaleggiare con la Rai. “Berlusconi intercetta tutti gli elementi della neotelevisione, basata innanzitutto sul rapporto amichevole, alla pari con lo spettatore – racconta Delbecchi – E’ la tv di Maurizio Costanzo che inventa dal nulla veri e propri personaggi che ancora oggi godono della ribalta televisiva avuta in quegli anni; quella che strappa contratti miliardari, la tv delle ragazze mezze nude del Drive In, la tv che manda in onda la serie americana ‘Dallas’“.

A partire dagli anni 90 la tv diventa anche a pagamento. Da lì a poco partono le prime sperimentazioni che porteranno alla tv digitale. Questo non cancella il duopolio, ma spezzetta l’offerta in modo che ogni nicchia di interesse abbia il proprio canale di riferimento. Le conseguenze di questo processo esplodono con l’arrivo e la diffusione di internet che genera una moltiplicazione dell’accesso e della produzione dei contenuti. “Il televisore come oggetto non ci detta più i tempi della fruizione, ma la televisione è ancora più invasiva e crea dei mondi paralleli – spiega il critico televisivo – Pensiamo ai personaggi nati dal nulla, dai cantanti dei talent come X-Factor o i ‘vip’, qualsiasi cosa questa parola voglia dire”. E’ l’età della convergenza, quella in cui tutti i media convergono. Un’età in cui le serie televisive escono dallo spazio ristretto in cui erano relegate per fare concorrenza al cinema con piattaforme di enorme impatto: Amazon, Netflix, Disney, ecc. “In fondo, quindi, siamo più teledipendenti di quanto non vorremmo ammettere – conclude Delbecchi – La televisione è una macchina del tempo che, trattenendo una memoria visiva di tutto quello che è stato in passato, crea un rapporto con il tempo che mai si era verificato prima. La tv che era nata come visione a distanza di quello che accadeva altrove, sta diventando un regno dell’al di là a dimostrazione che non c’è confine all’età della convergenza”.

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