di Alessandra Argentiere

Dalla Cina è arrivato un virus e ha varcato i nostri confini. Cosa sono i confini? Sappiamo, per certo, che per confine si intende un limite che separa due luoghi. Questa emergenza mi porta a riflettere sulla fragilità dei nostri confini: personali, familiari, istituzionali e pubblici. Provo a riflettere e trovare un senso a quanto accaduto ultimamente.

I confini stabiliscono un dentro e un fuori. Stanno dentro i detenuti, che si oppongono al decreto di sospensione dei colloqui con i familiari e reclamano i contatti con il fuori tanto anelato. Evadono e scavalcano le mura.

Sta (o dovrebbe stare) dentro la propria abitazione l’intera popolazione, a cui da tempo si ordina di limitare gli spostamenti. Anche in questo caso vi è un rifiuto delle prescrizioni, tanto che sui social girano video di giovani che si incontrano e gridano alla loro voglia di uscire, o ancora circolano immagini di persone che fanno la fila fuori dai supermercati. C’è poi la corsa ai treni, dei scorsi giorni: una fuga da Nord a Sud, verso la casa materna.

Ciascuno, a suo modo e in condizioni differenti, viola il confine stabilito, agisce un bisogno di oltrepassare, di muoversi e avere un contatto con l’altro. Come se la madre/casa/colloquio, potenzialmente contagiosa, detenesse solo qualcosa di buono.

In psicoanalisi, questo atteggiamento porta il nome di scissione, un meccanismo di difesa che consiste nel separare le qualità contraddittorie dell’oggetto, per cui ci si relaziona con oggetti parziali, connotati di qualità buone. Poi ci sono alcuni di noi che vanno a lavoro tutti i giorni, per garantire la continuità dell’assistenza territoriale nei servizi sanitari e invitano al rispetto della distanza di sicurezza di almeno un metro. Ricordiamo cioè che l’altro, fuori da noi, che sia mamma, familiare, amico, medico, infermiere o terapeuta, è possibile fonte di pericolo se non vi sono protezioni.

Come terapeuti, ci interroghiamo, in questo momento storico, su come assistere i nostri pazienti, pensando, ad esempio, a consulenze a distanza, modificando i nostri abituali setting e adeguandoci alle prescrizioni e alla realtà, quella fatta di oggetti totali. Qualsiasi sia la distanza, restiamo in contatto, siamo in contatto, ma evitiamo il contagio. E dal 10 marzo, l’Italia non ha più confini ed è zona unica, con il buono e il cattivo che c’è, dentro e fuori.

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