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di Simona Zappaterra

Accetto con piacere il vostro invito. In questo momento sono a casa in malattia: sto facendo importanti accertamenti, quindi la mia situazione psicologica di per sé non è ottimale. Mio figlio studia a Venezia e devo dire che Ca’ Foscari si sta attrezzando molto bene per consentire ai ragazzi di continuare in qualche modo. Questo mi rassicura, mi aiuta a pensare che è un momento ma passerà e torneremo a vivere.

Mia figlia è in Polonia, due lauree, parla sei lingue, italiano incluso, ma in Italia per lei posto non c’è. Decise quindi, un anno fa, di partecipare allo SVE e andò appunto in Polonia. Lì ha pure trovato lavoro, nulla a che fare con le sue competenze, ma le lingue le sono state utili e quindi si è imbarcata in questa avventura convinta che in Italia non esista meritocrazia, giustizia e possibilità di raggiungere i suoi obiettivi. Sono stata due volte a trovarla e devo dire che non esagerava quando, al telefono, mi raccontava tante cose belle. Ma ora CoVid 19 è arrivato pure là e ci penso. Penso soprattutto che qualunque cosa accada non potrò raggiungerla così come lei non potrà raggiungere me. Tristezza infinita.

La mia Ferrara sta cambiando. Dal medico non si può più andare, in farmacia ci sono i vetri sul bancone, la stazione appare murata, l’ho vista transitando in auto dall’altra parte della strada, non ho capito con che cosa è stata murata né letto ovviamente i cartelli appesi. Grande tristezza. I Ferraresi spendono 600 euro in scatolette di tonno, comprano 16 polli arrosto tutti in una volta, lasciando basita la commessa e le persone dietro, in coda.

Lavoro in un ipermercato, la grande, potente, onnipotente Coop e stamattina leggo un post. Avvisano la clientela che il sabato e la domenica, nel centro commerciale, sarà aperta soltanto l’ipercoop e la sua parafarmacia mentre i negozi della galleria saranno chiusi. Allora apro il Fatto Quotidiano e vado a leggere le disposizioni del governo. Che dicono esattamente il contrario: negozi di medie e grandi dimensioni saranno aperti dal lunedì al venerdì e chiusi prefestivi e festivi, il che vuol dire sabato e domenica. Un conato di nausea. Non so più fare a leggere o il mio datore di lavoro “ci prova?”. Parlo con una collega, amica e pure RSU, non è chiaro nemmeno a loro, si va per interpretazione. Mi par di sognare.

Non è sufficiente fare la spesa dal lunedì al venerdì? Non fa parte del “contenimento” anche chiudere l’ipermercato il fine settimana? Ecco, in un attimo, ci siamo ritrovati blindati nella nostra città e il sapere che mio figlio non può più transitare normalmente sul treno per andare a Venezia e mia figlia non possa più prendere un aereo per tornare in Italia o io stessa non possa più uscire dalla mia provincia mi fa un certo effetto.

Poi penso a mia madre che vive sola, sta bene, ma se si becca sto virus? Non posso andare a trovarla, aiutarla, anche se abitiamo nella stessa città… Ho pure due carissime zie anziane, 79 e quasi 85 anni… Mi sento un po’ prigioniera, disorientata, a volte spaventata, altre volte rassegnata.

Non è un problema stare in casa. Leggo, scrivo, guardo le cose che mi piacciono e faccio anche un po’ di quelle cose che non si fanno mai, che si tralasciano, tipo mettere mano alle scartoffie relative alle bollette, alle visite mediche ecc ecc. Mi domando se ne usciremo. Ascolto solo medici, gli opinionisti non li reggo, cambio canale. C’è bisogno di certezza, un medico, un epidemiologo, almeno mi dicono le cose come stanno, l’opinionista non sa nulla, azzarda, fa ipotesi. Non ne ho bisogno. Vivo alla giornata, a volte anche a mezza giornata, perché tutto cambia repentinamente e sempre in peggio mi sembra.

Non sono né ottimista né pessimista. E’ come se fossi affacciata ad una finestra. Guardo e attendo. Resistiamo, collaboriamo e speriamo di uscire da tutto ciò.

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